Giuseppe Mauso, il pioniere dimenticato del ciclismo napoletano
Da Frattamaggiore al Giro d’Italia del 1957: la storia del corridore che inseguì il riscatto del Sud sulle strade polverose del dopoguerra

C’era una volta un ragazzo di Frattamaggiore che pedalava per lavorare. Portava vino ai clienti del padre attraversando le strade della provincia napoletana con una bicicletta malandata, senza sapere che quelle consegne sarebbero diventate il suo primo allenamento verso il ciclismo professionistico. Quel ragazzo si chiamava Giuseppe Mauso e nel 1957 sarebbe entrato nella storia come il primo corridore napoletano capace di partecipare e concludere un Giro d’Italia.
Mauso apparteneva a un’epoca in cui la bicicletta non era soltanto sport. Era speranza popolare, desiderio di riscatto sociale, orgoglio di quartiere. Negli anni del dopoguerra il ciclismo rappresentava per tanti giovani del Sud una delle poche occasioni per uscire dall’anonimato. E Peppino, con il suo carattere generoso e offensivo, riuscì presto a conquistare l’affetto della sua terra.
Tra i dilettanti divenne uno dei nomi più conosciuti della Campania. Vinse numerose gare regionali e si impose come uno dei migliori talenti meridionali dell’epoca, tanto da attirare l’attenzione del commissario tecnico azzurro Giovanni Proietti, che lo convocò nel gruppo della Nazionale dilettanti per il Mondiale del 1956 a Copenaghen. La scelta di relegarlo però al ruolo di riserva provocò proteste furiose a Frattamaggiore: società sportive, tifosi e cittadini considerarono quella decisione un torto nei confronti del ciclismo del Sud.
Pochi mesi più tardi arrivò comunque il passaggio al professionismo. Dopo una breve esperienza nella squadra legata a Charly Gaul, Mauso corse la stagione 1957 con la Bottecchia-Gripo, accanto a corridori importanti come Vito Favero e Guido Carlesi, sotto la guida tecnica di Giordano Cottur.
Quell’anno visse il momento più alto della sua carriera. Alla Milano-Sanremo del 19 marzo, giorno del suo onomastico, riuscì a restare nel vivo della corsa fino alle fasi decisive prima di cedere nel finale all’attacco dei grandi campioni. La gara fu vinta dallo spagnolo Miguel Poblet, mentre Mauso concluse con un dignitoso diciassettesimo posto, risultato di enorme prestigio per un giovane corridore del Sud ancora poco conosciuto.
Nello stesso anno disputò il Giro d’Italia con il dorsale numero 78, arrivando fino a Milano e chiudendo sessantaseiesimo nella classifica generale. Un traguardo storico: nessun napoletano prima di lui era riuscito a completare la corsa rosa.
La sua unica vittoria tra i professionisti arrivò al Giro di Sicilia, in una tappa resa durissima dalla salita dell’Etna. Mauso attaccò nel finale con coraggio, raggiunse i battistrada e riuscì a precederli sul traguardo dopo una lunga rimonta in salita, conquistando così il successo più importante della sua carriera.
Negli anni successivi continuò a correre come indipendente, indossando le maglie di piccole società campane e partecipando ancora alle gare del Sud Italia. Poi arrivò una nuova vita, lontana dalle corse: quella da imprenditore nel settore orafo.
Con la sua morte, avvenuta nel 2020 a 88 anni, se n’è andato uno degli ultimi testimoni del ciclismo eroico del dopoguerra. Un mondo fatto di biciclette pesanti, strade imperfette, maglie di lana e sogni enormi. Giuseppe Mauso resta il simbolo di quel ciclismo popolare che in Campania seppe trasformare le corse in orgoglio collettivo e le pedalate in speranza.
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