Il Cit Nino Defilippis e quella volata di popolo

Nino Defilippis, il ragazzo nato in via Cibrario che nel 1956 fece esplodere il Comunale e trasformò una tappa del Tour in una pagina di storia torinese

Articolo di Mario Bocchio16/08/2026

Il 1 luglio 2024 il Tour de France è tornato a Torino, una giornata destinata a rimanere nella memoria del ciclismo italiano, ma anche un’occasione per riscoprire una storia molto più lontana nel tempo, quella di Nino Defilippis. Perché Torino aveva già conosciuto il Tour e, soprattutto, aveva già avuto il suo grande eroe sulle strade della corsa francese. Era il 23 luglio 1956.

Quel giorno il Tour arrivò nel capoluogo piemontese dopo una tappa terribile, la Gap-Torino, nella quale i corridori avevano dovuto affrontare Izoard, Monginevro e Sestriere. Al traguardo, sistemato nello Stadio Comunale, c’era un ragazzo torinese di 24 anni: Nino Defilippis, per tutti semplicemente il Cit. Quando entrò nello stadio era praticamente vuoto di energie. Ma sulle tribune lo aspettava una folla immensa. E fu proprio quella folla a restituirgli la forza che sembrava non avere più. Defilippis vinse la volata. Non fu soltanto una vittoria al Tour de France. Fu uno straordinario incontro fra un campione e la sua città.

Nato in via Cibrario, il 24 marzo 193. Quel particolare, apparentemente semplice, racconta già molto del rapporto che avrebbe avuto con il capoluogo piemontese Il padre Angelo era pugliese, la madre Maria arrivava dall’Astigiano. L’infanzia di Nino fu però legata soprattutto alla nonna Angela e a Berzano San Pietro. Il collegio non faceva per lui: arrivò persino a scappare per tornare dalla nonna, affrontando a piedi la strada verso Casalborgone. Quella personalità indipendente, insofferente alle costrizioni e desiderosa di libertà, sarebbe diventata una delle caratteristiche del corridore. Anche l’immagine di Defilippis come ragazzo cresciuto nell’agiatezza non corrispondeva alla realtà dei suoi primi anni. Nella sua famiglia si lavorava. La situazione economica cambiò quando, nel 1951, i suoi genitori rilevarono un importante pastificio. Nino continuò a correre e contemporaneamente a occuparsi dell’attività familiare. Il successo non cancellò mai le sue origini.

Il Cit dei grandi campioni. Defilippis entrò giovanissimo nel grande ciclismo e si trovò a pedalare accanto a una generazione irripetibile. Coppi e Bartali, Bobet e Koblet, Magni e Nencini, Baldini, Bahamontes, Gaul, Van Looy, Anquetil e Poulidor. Erano gli anni nei quali il ciclismo aveva campioni capaci di diventare personaggi popolari, quasi figure mitologiche. Il torinese seppe ritagliarsi il proprio spazio. Vinse 9 tappe al Giro d’Italia, 7 al Tour de France e 2 alla Vuelta di Spagna. Nel 1956 fu quinto al Tour e conquistò anche la classifica degli scalatori alla Vuelta. Nel 1962 terminò terzo il Giro d’Italia. Nelle classiche arrivò il successo più importante al Giro di Lombardia del 1958, mentre fu secondo nella stessa corsa nel 1952, al Giro delle Fiandre e al campionato del mondo di Berna nel 1961. Fu inoltre due volte campione italiano e conquistò numerose gare del calendario nazionale. Era veloce, coraggioso, capace di attaccare. Ma soprattutto aveva una qualità preziosa: sapeva trasformare una corsa in un racconto.

La prima grande vittoria al Giro d’Italia arrivò nel 1952, nella Sanremo-Cuneo. Era giovane, ma aveva già una fiducia smisurata nelle proprie possibilità. Prima della partenza aveva fatto sapere alla famiglia di aspettarlo a Cuneo con cibo e festeggiamenti perché era convinto che avrebbe vinto. Nel gruppo, però, c’erano Coppi, Bartali e Magni. Per un giovane corridore non era esattamente il contesto più semplice nel quale mantenere una promessa. Defilippis ci riuscì. E tra i primi a congratularsi con lui ci fu proprio Coppi, che gli riconobbe il carattere e l’autenticità che lo distinguevano. Il Cit aveva cominciato a costruire la propria leggenda.

23 luglio 1956: Torino aspetta il Tour. La tappa Gap-Torino era lunga e difficile. Le montagne non lasciavano spazio ai corridori da volata pura. Izoard, Monginevro e Sestriere rappresentavano una successione di ostacoli capaci di spezzare le gambe anche agli uomini più resistenti. Defilippis li superò. Ma quando arrivò verso Torino, la fatica era enorme. Gastone Nencini, compagno di strada e avversario leale, gli fece sapere che avrebbe potuto aiutarlo nella parte conclusiva, magari accompagnandolo fino alla pista dello stadio. Defilippis, però, era ormai al limite. Poi apparve Torino. E con Torino arrivò il rumore. Lo Stadio Comunale era gremito. Decine di migliaia di persone aspettavano proprio lui, il ragazzo nato in via Cibrario che aveva attraversato le montagne per tornare a casa. Il boato della folla cambiò la corsa. Defilippis, ormai stremato, ritrovò energie che sembravano scomparse. In pista continuò ad accelerare. Sul rettilineo spingeva, in curva respirava, poi ripartiva. Sembrava affrontare una serie infinita di volate. Era una corsa dentro la corsa. E alla fine il Cit vinse. Quella giornata rimase impressa nella memoria di Torino perché il successo aveva qualcosa di diverso da una normale vittoria sportiva. Il pubblico non si era limitato ad assistere: aveva partecipato. La città aveva spinto il suo campione.

Una vittoria diventata leggenda. Molti anni dopo, Defilippis avrebbe ricordato quella giornata come una delle più intense della sua carriera. Era arrivato allo stadio convinto di non avere più nulla nelle gambe. Ma quando sentì il pubblico, la fatica sembrò arretrare. È difficile trovare una definizione migliore per quella giornata di quella che utilizzò il giornalista Gian Paolo Ormezzano: una vera “volata di popolo”. La definizione è perfetta perché restituisce il significato di quella vittoria. Il Tour de France aveva portato a Torino i migliori corridori del mondo, ma quel pomeriggio il protagonista era uno dei suoi. Il ragazzo nato in via Cibrario aveva trovato la sua città sulla linea d’arrivo.

Le ferite di una carriera straordinaria. La storia di Defilippis non fu fatta soltanto di trionfi. Nel Giro d’Italia del 1956 visse una delle giornate più drammatiche della sua carriera. La tappa Merano-Monte Bondone venne sconvolta dal maltempo. Neve, gelo e condizioni proibitive trasformarono la corsa in una prova estrema. Defilippis fu costretto a fermarsi, completamente congelato. Per lui quella giornata rimase a lungo un enorme rimpianto, anche per la convinzione di poter essere ancora in grado di lottare per la classifica generale. Ancora più incredibili furono le vicende del Giro delle Fiandre 1961. Defilippis arrivò davanti, convinto di aver conquistato la vittoria. Il traguardo, però, era stato modificato dal vento e la situazione generò una delle conclusioni più controverse e surreali della sua carriera. Tom Simpson riuscì a passare per primo sulla linea. Pochi mesi dopo arrivò un’altra delusione, forse ancora più dolorosa. Ai Mondiali di Berna, Defilippis arrivò allo sprint finale con una concreta possibilità di conquistare la maglia iridata. Rik Van Looy era il suo avversario più pericoloso. Il torinese avrebbe rimpianto a lungo quella volata e l’assenza di un aiuto decisivo da parte della squadra italiana. La maglia iridata sfuggì. Rimase però la consapevolezza di essere stato davvero vicino al titolo mondiale.

Il Lombardia nato quasi per caso. Quello  del 1958 appartiene invece alla parte luminosa della sua memoria. Defilippis non aveva neppure intenzione di affrontare quella corsa con ambizioni particolari. L’idea iniziale era partire, andare eventualmente in fuga e garantire visibilità alla squadra. Poi arrivò una scommessa. Il direttore sportivo Giacotto gli propose un premio personale se fosse riuscito a vincere. Defilippis accettò quasi per gioco. La corsa prese una piega inattesa. Il torinese si ritrovò davanti e, nel finale, interpretò male un telone che indicava l’ultimo chilometro. Pensando di essere ormai vicino al traguardo, accelerò ulteriormente. A quel punto non poteva più fermarsi. Continuò a pedalare. Quando finalmente vide il vero arrivo, aveva consumato ogni energia. Ma era davanti a tutti. Il Lombardia era suo.

Dopo il ciclismo, ancora al servizio del ciclismo. Defilippis non abbandonò mai davvero il suo mondo. Dopo la carriera agonistica si dedicò all’attività imprenditoriale e fu anche commissario tecnico della Nazionale italiana nel 1973 e nel 1974. Continuò a seguire con passione il movimento piemontese, preoccupandosi della difficoltà di trovare nuovi talenti e della progressiva perdita di quella cultura ciclistica che aveva caratterizzato Torino e il Piemonte. Rimase inoltre profondamente legato a Fausto Coppi. Davanti al Motovelodromo dedicato al Campionissimo volle contribuire alla realizzazione di un monumento che celebrasse il grande rivale e amico. L’opera in bronzo comprendeva anche elementi simbolici legati alle grandi strade affrontate da Coppi, dalle montagne del Tour e del Giro fino al pavé della Roubaix. Era il modo di Defilippis di custodire una memoria.

Una Torino in bicicletta. Il Cit guardava però anche al futuro. Sosteneva l’idea di una Torino capace di diventare una vera città del ciclismo, non soltanto attraverso le grandi manifestazioni, ma grazie a piste ciclabili, strutture sportive, medicina dello sport, formazione e spazi dedicati ai giovani. Una visione che oggi appare ancora sorprendentemente attuale. Perché Defilippis aveva capito che la memoria sportiva non può vivere soltanto nei racconti del passato. Deve diventare un ponte verso le generazioni successive.

Il ragazzo di via Cibrario e il boato del Comunale. Nino Defilippis morì a Torino il 13 luglio 2010, dopo una lunga malattia. Era nato nella stessa città quasi ottant’anni prima, in via Cibrario. In quella città aveva imparato a conoscere la bicicletta, aveva costruito la propria popolarità e aveva trovato il pubblico che, più di ogni altro, seppe comprenderlo. Per questo la tappa del 23 luglio 1956 conserva un significato particolare. Il Tour arrivò a Torino dopo aver attraversato le montagne. Defilippis entrò nel Comunale stremato. Avrebbe potuto limitarsi a sopravvivere agli ultimi metri. Invece sentì il boato. E ripartì. Quella fu la sua grande magia: trasformare la fatica in energia, la vittoria in una festa collettiva, il successo di un corridore nella storia di una città. Il Cit non vinse soltanto una tappa del Tour. Quel giorno vinse Torino. E ancora oggi, quando il Tour torna sotto la Mole, la memoria inevitabilmente corre a quel ragazzo nato in via Cibrario che, il 23 luglio 1956, fece tremare il vecchio Comunale.

 

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