Avvelenati: cronaca di un contagio felice
Storia di chi, a Salerno, ha scambiato un insulto per un destino e ne ha fatto comunità: gli AvVELEnati, una malattia di vento e salsedine che si trasmette da una generazione di velisti all'altra, e per cui non esiste antidoto se non quello di issare ancora la vela e tornare al golfo che l'ha contagiati.
Gli AvvelenatiC’è una parola, nel dialetto salernitano, che non trova traduzione onesta in italiano: avvlenat. Non è un insulto, non è una diagnosi medica, non è, come vorrebbe il dizionario, la condizione di chi ha ingerito un tossico. È, piuttosto, la fotografia di uno stato dell’anima: quello di chi ha guardato il golfo troppe volte, in troppi orari diversi, sotto luci diverse, e non è più riuscito a guardare altrove.
Era l’inverno del 1997 quando un gruppo di amici, residenti a Salerno e contagiati dal medesimo morbo, decise che quella condizione meritava un nome e un’organizzazione. Non cercavano un albo d’oro, non sognavano coppe: cercavano una comunità che riconoscesse la vela non solo come disciplina sportiva ma come modo di stare al mondo. Si misero a tavolino e qui la leggenda fondativa si fa quasi liturgica, nei locali del Museo della Ceramica della famiglia Tafuri, nel cuore del centro storico, in un dicembre che doveva sapere già di salsedine anche tra le mura di pietra. E lì, all’unanimità, scelsero per sé l’appellativo che i diffidenti avevano coniato per derisione: Club avVELEnati Salerno. Capovolsero l’insulto come si borda una vela di bolina: non per subirne la forza, ma per usarla.
Avvelenati: il morbo che si cura solo issando le vele
Il loro simbolo racconta più di mille statuti: tre vele di colore diverso, unite nello stesso campo. Non un’allegoria vaga, ma una tassonomia precisa dell’andar per mare, il regatante che misura il vento in secondi e centesimi, il navigatore d’altura che lo misura in giorni e in stelle, il diportista che lo misura in pomeriggi rubati alla terraferma. Tre vocazioni, una sola comunità, nessuna gerarchia. È raro, in uno sport, trovare una simbologia così esplicitamente egualitaria: di solito chi va piano si scusa con chi va forte. Qui no: tutti, recita la storia del club, “con pari dignità”.
Ma le comunità fondate sull’entusiasmo, prima o poi, incontrano la burocrazia, ed è qui che la storia degli Avvelenati si fa quasi picaresca. Per affiliarsi al CONI dell’epoca, l’unica strada logica sembrava la Federazione Italiana Vela, se non fosse che la FIV chiedeva un requisito che a Salerno, città di mare per vocazione e per destino, restava (e resta) clamorosamente irraggiungibile: una base nautica in concessione demaniale. “Praticamente l’acqua sulla luna”, si legge negli archivi del sodalizio, e l’immagine, per quanto informale, è di una precisione quasi scientifica: a Salerno il mare c’è, il porto c’è, ma lo spazio a terra per incrementare la cultura marinara resta un miraggio amministrativo. Trovarono allora rifugio nella UISP, l’Unione Italiana Sport Per Tutti un nome che, en passant, è perfettamente sovrapponibile alla filosofia delle tre vele.
Dal 1999 esiste la Scuola Vela UISP del club, costruita sul lavoro interamente volontario, va detto senza enfasi ma con chiarezza, perché è un dettaglio che pesa, di istruttori che si formano, si aggiornano e insegnano senza un euro di compenso. È il tipo di gratuità che lo sport organizzato italiano tende a dimenticare quando racconta se stesso, ed è invece la spina dorsale reale di centinaia di piccole realtà come questa.
Poi, nel 2000, nasce la creatura più visibile e più stravagante del club: MareMagna. Difficile classificarla con un solo aggettivo, perché incrocia categorie che normalmente non si parlano, la vela e i fornelli, la competizione e la convivialità, l’agonismo e la gastronomia. È una regata che, in qualche tratto del percorso, si trasforma in cucina galleggiante: si naviga e si cucina, si vince in mare e si vince ai fornelli, mentre Cetara, borgo marinaro che ospita le fasi clou, fa da quinta scenica naturale. Tra i partner compare Slow Food, a certificare che il pescato e gli ingredienti non sono un pretesto ma materia prima vera, territoriale, controllata. L’edizione di quest’anno è la ventitreesima, numero che sopravvive a un’interruzione forzata di tre anni, il COVID, che ha fermato anche le tradizioni più radicate, ma non le ha spezzate.
Oggi il Club avVELEnati Salerno conta un centinaio di soci: non un esercito, ma nemmeno una setta di pochi iniziati. Continua a organizzare crociere sociali in Grecia, in Croazia, in Sicilia, in Sardegna, alle Eolie, alle Flegree, nell’arcipelago Pontino, sulla Costa del Cilento che ogni salernitano porta scritta da qualche parte nella memoria del corpo. Partecipa al Campionato Invernale di Vela d’Altura del Golfo di Salerno. Organizza le avVELEniadi, dove lo sport si concede al gioco senza vergognarsene. E coltiva, è scritto nei loro stessi documenti, con una sobrietà che fa pensare a gente che il mare l’ha reso meno incline alla retorica, rapporti con gli altri circoli velici e con le associazioni che usano la vela come terapia, come strumento di cura.
Resta, sotto tutto questo, l’intuizione originaria: che il mare a vela non sia un possesso ma un contagio. Non ci si “iscrive” agli Avvelenati come ci si iscrive a una palestra; ci si arrende, semmai, a qualcosa che era già cominciato prima che il club avesse un nome. Il loro stesso motto non dichiarato, quel “sit proprio avvlenat ‘i vela” che un tempo era pronunciato con sospetto e oggi è rivendicato con orgoglio, resta la definizione più onesta che la lingua salernitana abbia mai prodotto per descrivere l’incurabile: una malattia per cui l’unico farmaco, paradossalmente, è la ricaduta quotidiana. Uscire ancora. Issare ancora. Tornare, di nuovo, avvelenati.
