Del Guacchio, l’uomo che non andò mai in ginocchio
Cinquant'anni di tatami, tre continenti, una sola parola d'ordine: insegnare. La storia silenziosa di Gerardo Del Guacchio, il maestro che ha fatto di Salerno una capitale mondiale del taekwondo.
Allievi vincenti di Del GuacchioEsistono vite che si capiscono solo guardandole di traverso, come certi quadri che rivelano la profondità solo se non ci si pianta davanti. Quella di Gerardo Del Guacchio è una di queste. Nato a Salerno nel 1956, cresciuto tra i vicoli di una città che il mare tiene abbracciata e la montagna trattiene alle spalle, Del Guacchio ha passato cinquant’anni a costruire qualcosa che non compare su nessuna classifica ufficiale: una eredità.
Prima, però, c’è stato il ring. E il sangue, e l’Inghilterra.
L’apprendistato della durezza
Tra i tredici e i quindici anni, Del Guacchio saliva sui ring nelle categorie dei leggeri e superleggeri, cinquantotto, sessanta chilogrammi di peso corporeo, nessuna illusione sul fatto che il pugilato sia un’arte crudele. Nel 1974, a diciotto anni, prese un biglietto per l’Inghilterra. Cinque combattimenti, quattro vittorie. Poi arrivò l’inglese forte, quello che «l’ha massacrato di botte». La sconfitta ai punti. Il ritorno.
Eppure c’è una cosa che Del Guacchio tiene a precisare, ancora oggi, con quella punta d’orgoglio che non ha nulla di vanitoso: non è mai andato KO. È una distinzione sottile, quasi filosofica. Cadere non è la stessa cosa che essere abbattuti. Subire non equivale a cedere. È una lezione che non si impara sui libri, e che si porta tatuata nelle ossa per tutta la vita.
«Mi ha massacrato di botte, però non sono andato KO.»
L’incontro che cambia tutto
Salerno, 1975. Un giovane reduce dalla boxe inglese entra in una palestra per curiosità, quasi per caso, come accade con tutte le cose che poi diventano destino. La palestra è quella della scuola superiore Alfano I. Il maestro si chiama Bruno Barberio. Lo sport si chiama taekwondo, un nome ancora esotico nell’Italia di quegli anni, una disciplina coreana che l’Occidente stava appena imparando a pronunciare.
Del Guacchio rimase colpito, ma non dalla tecnica, non ancora. Fu il comportamento delle cinture nere a fermarlo. Erano i ragazzi che conosceva fuori, per strada, al bar, nella vita normale. Non erano «esaltati», come avveniva in certi altri ambienti marziali dove l’ego cresceva in proporzione inversa alla saggezza. Qui c’era qualcosa di diverso: una disciplina che entrava nei corpi senza stordire le menti.
In brevissimo tempo passò da allievo a presidente dell’associazione. Non è un percorso anomalo, per chi sa vedere le cose che vanno fatte e non aspetta che qualcun altro le faccia.
«Mi innamorai di questo sport per la sua semplicità e la straordinaria capacità coordinativa.»
L’oro silenzioso degli anni ’80
Tra la fine degli anni Settanta e tutto il decennio successivo, Salerno divenne qualcosa di improbabile: un centro mondiale del taekwondo. Non Roma, non Milano. Salerno. Sotto la guida di Del Guacchio, il settore femminile produsse campionesse capaci di competere a livello globale. Lui affiancò il leggendario maestro coreano Park Young Ghil nell’insegnamento alla nazionale junior italiana, un riconoscimento che, nel mondo delle arti marziali, equivale a essere ammessi a un cenacolo.
Ma Del Guacchio non era fatto per restare dentro i confini di una sola città, o di un solo paese. Negli anni Novanta cominciò a esportare quello che aveva costruito. Prima la Slovacchia, dove il taekwondo oggi è una realtà consolidata con radici profonde. Poi il Sudafrica, a Città del Capo, l’estremo lembo di un continente, lontanissima da Salerno in ogni senso possibile. Tre continenti, una sola idea: che questa disciplina avesse qualcosa da dire a chiunque fosse disposto ad ascoltarla.
Trentun anni al CUS: la fedeltà come scelta
Dal 1994, Del Guacchio è il Direttore Tecnico del settore taekwondo del CUS Salerno. Trentun anni nello stesso ruolo. In un’epoca in cui la fedeltà istituzionale viene celebrata come anomalia e la mobilità professionale è diventata virtù cardinale, trentun anni nello stesso posto hanno il sapore di una scelta radicale, quasi un atto di resistenza.
I risultati ai Campionati Nazionali Universitari 2025 di Ancona parlano chiaro: nove medaglie tra forme e combattimento. Sara Cioffi, Ciro Vitale, Davide Comunale, Filippo Iozzino, nomi che portano incisa, anche se non lo sanno, una parte della storia di un maestro che ha trascurato la famiglia, lo ammette lui stesso, senza retorica, in cambio di «tante soddisfazioni nell’ambito sportivo».
Non è un rimpianto mascherato. È un bilancio.
Il maestro che rimane
«La mia passione è stata sempre quella di insegnare.»
Oggi, nelle colline tra Petina e Sicignano degli Alburni, Del Guacchio organizza allenamenti per le sue ex campionesse «over», le chiama, con quella levità affettuosa che solo chi ha condiviso sudore e polvere di tatami può permettersi. Non sono competizioni. Sono qualcosa di più raro: la prova che quello che si costruisce davvero non finisce quando finisce l’agonismo.
C’è un filo che collega il ring inglese del 1974 a questi raduni sulle montagne campane. Non è il taekwondo in sé. È la convinzione, mai dichiarata come tale ma sempre incarnata nei fatti, che la vera misura di un atleta, di un uomo, non sia quante volte è salito sul podio, ma quante persone ha aiutato a salirci.
Gerardo Del Guacchio non è mai andato KO. E non ha mai smesso di insegnare. In fondo, sono la stessa cosa.
