La Sanremo degli outsider: il giorno in cui Marc Gomez anticipò il destino

Da questa settimana anche Mario Bocchio entra nella squadra delle firme di SportSud per raccontare il ciclismo con lo sguardo lungo della memoria. Si comincia dalla Milano-Sanremo del 1982, quando sotto pioggia e freddo un outsider con gli occhiali appannati, Marc Gomez, seppe anticipare il destino della Classicissima mentre i favoriti restavano prigionieri dei calcoli.

Marc GomezMarco Gomez
Articolo di Mario Bocchio10/03/2026

Dal 1907 la Milano – Sanremo apre la stagione con un viaggio di trecento chilometri che è insieme promessa e minaccia. È la più lunga delle Monumento, la più ambigua: strizza l’occhio ai velocisti, ma spesso incorona chi anticipa il destino. Cipressa e Poggio non sono muri impossibili, eppure lì si decide tutto. Nel suo albo d’oro brilla il record di Eddy Merckx, sette trionfi che sembrano scolpiti nella pietra. Ma la Sanremo non appartiene mai del tutto a nessuno. È una corsa che consuma lentamente, che logora i muscoli e i pensieri, che obbliga a restare vigili per sette ore prima di chiedere un gesto definitivo.

La sua grandezza non sta soltanto nella distanza, ma nella tensione che cresce invisibile. Fino ai Capi si pedala dentro un’attesa collettiva, come se la gara dovesse ancora cominciare davvero. Poi, all’improvviso, ogni errore diventa irreparabile. È la classica dei calcoli sbagliati e delle intuizioni geniali, delle squadre fortissime rimaste a mani vuote e dei comprimari trasformati in eroi per un pomeriggio.

Tra le sue storie meno celebrate c’è quella del 20 marzo 1982, l’anno d’oro del Mundial spagnolo. Pioggia, freddo, neve ai bordi della strada. Un clima quasi nordico a pochi chilometri dal mare. In gruppo si aspettano i grandi nomi, si controllano a vicenda, convinti che tutto si risolverà negli ultimi cinque chilometri. Davanti, invece, si muove un uomo che non doveva essere protagonista: Marc Gomez, bretone di Rennes, professionista arrivato tardi e sempre rimasto un passo dietro ai riflettori.

Gomez non aveva il carisma del conterraneo Bernard Hinault, che per due volte gli aveva chiuso la porta della Renault rallentandone il passaggio tra i professionisti. Non aveva neppure l’etichetta del predestinato. Aveva però una determinazione silenziosa e un dettaglio che lo rendeva unico nel gruppo degli anni Ottanta: correva con gli occhiali da vista, miope dichiarato, lenti appannate sotto la pioggia e il sudore. In un’epoca in cui l’immagine del corridore era fatta di sguardi duri e mascelle serrate, quella figura con gli occhiali spessi sembrava quasi fuori posto.

Il giorno prima della corsa aveva telefonato alla moglie da una cabina. Le disse soltanto: “Prova a guardare la gara, voglio farmi vedere”. Non parlò di vittoria, ma di presenza. Voleva uscire dall’anonimato, dimostrare di meritare quel livello. La mattina della partenza cercò il consiglio di un veterano: per emergere alla Sanremo bisogna entrare nella prima fuga, perché spesso nessuno la prende sul serio. Gomez lo prese alla lettera. Scattò quasi alla periferia di Milano, infilato in un drappello che nessuno considerava davvero pericoloso.

Il vantaggio salì rapidamente oltre i dieci minuti mentre dietro i favoriti si studiavano. La corsa sembrava lontana, ancora sospesa. Sul Turchino il distacco era già consistente, e qualcuno iniziò a storcere il naso. Ma la convinzione comune era che prima o poi tutto sarebbe rientrato. La Sanremo è lunga, si diceva. C’è tempo.

Il maltempo fece il resto: mani congelate, borracce quasi inutili, ruote che sollevavano acqua sporca. Alcuni compagni di fuga cedettero. Gomez no. Aveva già dimostrato di saper resistere: un titolo nazionale francese, tappe alla Vuelta, giorni in maglia di leader. Non era un gregario improvvisato, ma un corridore solido che non aveva mai trovato il palcoscenico giusto.

Sui Capi il gruppo cominciò a organizzare l’inseguimento, ma troppo tardi. Sulla Cipressa la selezione fu naturale, fatta più dalla stanchezza che dalla pendenza. Sul Poggio rimasero in pochi davanti, tra cui Gomez e il più accreditato Alain Bondue. In cima erano ancora insieme, due outsider sospesi sopra il mare grigio. Dietro, i grandi nomi inseguivano con furia crescente.

Poi la discesa. Tecnica, scivolosa, decisiva. Una curva affrontata al limite, una scivolata di Bondue, un attimo che si dilata. Gomez restò in piedi. Con quegli occhiali che avrebbero potuto tradirlo su ogni tornante, mantenne l’equilibrio e trovò il coraggio di non aspettare. Non fu un attacco spettacolare, ma una scelta istintiva: continuare, senza voltarsi.

Gli ultimi chilometri verso via Roma furono un dialogo interiore. Le gambe bruciavano, la schiena era rigida per il freddo. Ogni cartello sembrava lontanissimo. Non era abituato a quella solitudine davanti, a sentire solo il rumore della propria catena. Eppure non si voltò quasi mai, come se temesse che uno sguardo all’indietro potesse spezzare l’incantesimo.

Tagliò il traguardo con dieci secondi di margine, abbastanza per entrare nella storia e restarne, paradossalmente, ai margini. Lo sciopero televisivo di quell’edizione ne attenuò l’eco, privando l’impresa di immagini destinate a diventare memoria collettiva. I titoli parlarono più della sconfitta dei favoriti che del coraggio di quell’uomo con gli occhiali.

La sua carriera continuò tra luci e ombre. Alla La Vie Claire visse stagioni complesse, tra ambizioni personali e gerarchie rigide. Sfiorò il Tour del 1984, poi un infortunio lo fermò. Rimase spesso ai margini dei grandi racconti, senza mai perdere quella sobrietà che lo aveva accompagnato fin dall’inizio. Non divenne un’icona popolare, non fu mai l’uomo copertina delle riviste specializzate. Ma restò quello che alla Sanremo aveva osato quando tutti calcolavano.

Quarant’anni dopo tornò in Riviera con la stessa maglia della Wolber-Spidel conservata come un cimelio, gli stessi amici di allora, quasi in pellegrinaggio. Nessuna celebrazione ufficiale, nessun clamore mediatico. Solo il bisogno di rivedere il Turchino, la Cipressa, il Poggio, via Roma. Di ripercorrere mentalmente quei chilometri e convincersi che fosse accaduto davvero.

La Milano-Sanremo insegna questo: puoi essere il più forte, il più atteso, il più celebrato. Puoi avere una squadra intera a proteggerti e un pronostico dalla tua parte. Ma se aspetti troppo, se ti affidi solo ai calcoli, qualcuno come Gomez – con gli occhiali appannati, una telefonata fatta per amore e un piano semplice – troverà il varco. E per un giorno intero la Classicissima parlerà il suo nome, ricordando a tutti che il tempo, alla Sanremo, non si sfida: si anticipa.

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