A Montecarlo Antonelli scrive la storia di un gran premio che ha perso il suo fascino
Antonelli lascia il segno a Montecarlo, una corsa che ha perso tutto il suo fascino sportivo cedendo il passo al prestigio e all’apparenza. Nonostante ciò guidare qui è ancora magico.
Immagine creata con Ai da Fabio MarinoKimi Antonelli, pilota italiano della Mercedes, si aggiudica la quinta vittoria in campionato trionfando al Gran Premio di Monaco. Un successo che resterà nella storia del motorsport essendo il giovane bolognese il driver più giovane che si sia mai imposto nelle strade del Principato. Sfortunatamente sarà ricordato soltanto a livello statistico. Perché la gara di Montecarlo non appassiona più come un tempo: trionfare a Monaco, Indianapolis e Le Mans voleva dire entrare nell’élite assoluta dell’automobilismo, conquistando la celebre Tripla Corona. Oggi, però, il circuito monegasco sembra aver smarrito parte del suo incanto e delle emozioni che sapeva offrire. Montecarlo è diventata una gara che soddisfa solo alcuni palati, quello delle superstar, quello di chi lavora nell’ombra, quello dei piloti, ma non certamente quello degli appassionati.
I VIP amano questo evento, soprattutto coloro che vivono in Costa Azzurra, per cogliere l’occasione di mettersi in mostra e ostentare il proprio status. Le televisioni non fanno altro che mostrarci continuamente gli attici e superyacht dei ricconi. È risaputo che a Monaco i patron del circus incontrano sponsor e investitori futuri affinché finanzino vecchi o nuovi team riempigriglia o per convincerli a entrare negli appalti dei nuovi circuiti. La corsa sul mar ligure è amata dai manager dei piloti perché durante questo weekend possono approfittare di trattare l’ingaggio dei loro piloti, i quali, a loro volta, amano correre su questo circuito cittadino che mette in risalto le abilità di guida.
Anche se le “baciate” sul muro non mancano mai. Per problemi o per distrazione.
Basterebbe chiedere a Stroll come mai abbia finito, per l’ennesima volta, la sua corsa contro il muro, o guardare le fasi finali del GP del 1988, quando Senna, con oltre 50 secondi di vantaggio sul secondo classificato, Prost, andò a sbattere al Portier a pochi giri dalla fine.
Gli appassionati odiano questo evento sportivo perché, da almeno 30 anni, ogni edizione non è una gara adrenalinica, ma si trasforma in una processione, per quasi l’intera durata, è un lungo trenino di vetture dall’inizio alla fine, poiché la stretta carreggiata non permette sorpassi. È una gara che non suscita emozioni o pathos.
Spesso si dà la colpa ai piloti, accusati di attendere passivamente le istruzioni dei propri ingegneri, altre volte alle monoposto e alla loro aerodinamica. Raramente, però, si punta il dito contro la pista: un tracciato che, per quanto prestigioso e iconico, non è mai stato realmente adattato alle dimensioni e alle caratteristiche delle moderne Formula 1. Da anni i rumors ci dicono che gli organizzatori sono pronti a modificare il layout e dare un punto di sorpasso, modificando il tratto che va dalla Loews alla chicane del porto, ma ogni volta è soltanto un chiacchiericcio da bar.
Per vedere un po’ di azione o per mescolare un po’ le carte c’è bisogno di un aiuto esterno, di un deus ex machina: il meteo o una safety car. Infatti quest’anno l’unico momento in cui i telespettatori hanno sobbalzato è accaduto al giro 46, quando Russell, sulla Mercedes, è riuscito a sopravanzare Lando Norris su McLaren, non perché era più veloce, ma perché la vettura papaya ha avuto l’ennesimo problema di affidabilità.
Colpisce inoltre, che proprio qui la federazione abbia vietato l’aerodinamica attiva che doveva essere l’arma adatta per movimentare le azioni in pista, doveva essere la soluzione tecnica perfetta per i sorpassi, anche nel tracciato monegasco. Sembra che sia stata messa al bando per motivi di sicurezza, ma crediamo che la scelta serva a non mettere troppo in evidenza i limiti del nuovo impianto regolamentare. Gli organizzatori hanno voluto mettere le mani avanti, una vera e propria excusatio non petita, tuttavia Montecarlo rimane un monumento che è intoccabile nel prestigio ma è sempre più discutibile nello spettacolo.
