Vialli, un anno dopo: che brutta fine hanno fatto i suoi «amori»

Gli amori del guerriero borghese hanno fatto davvero una brutta fine: dalla Juventus, cacciata dall'Europa, alla Sampdoria caduta in Serie B.

Articolo di Roberto Beccantini01/01/2024

© “VIALLI” – FOTO MOSCA

Il 6 gennaio del 2023 moriva Gianluca Vialli. Aveva 58 anni. Ne è passato uno e ne è cominciato un altro. Sono successe tante cose, e non solo per modo di dire. La sua Cremonese, che fu tana e rampa, si barcamena in serie B. La sua Sampdoria, condotta allo storico scudetto del 1991, in B è addirittura caduta. La Juventus, alla quale venne ceduto da un Paolo Mantovani ormai onusto ed esausto, è stata cacciata dall’Europa. Il suo Chelsea, tra le cui file era approdato nel 1996, primo dei grandi giocatori a profittare della sentenza Bosman (15 dicembre 1995), rema in Premier a metà classifica.

Roberto Mancini, che fu compagno ai tempi d’oro della Samp e poi in Nazionale, con tanto di titolo europeo festeggiato a Wembley, ha mollato gli azzurri per le ricche prebende dell’Arabia Saudita. Era d’estate e lì per lì restammo tutti spiazzati, fermi all’abbraccio e alle lacrime che avevano suggellato la presa della Corona, l’1-1 con gli inglesi, i rigori, «football is coming home» un cavolo.

L’ordalia si era disputata l’11 luglio 2021 a Wembley, il teatro che aveva ospitato un’altra «bella», quella tra Sampdoria e Barcellona, per la Coppa dei Campioni del 1992. La decise, nei supplementari, un missile di Ronald Koeman; Gianluca si mangiò un paio di gol, Roberto la giurò all’arbitro. Un tedesco: Jurgen Schmidhuber. In panchina, Johan Cruijff e Vujadin Boskov. L’astro-uomo che portò il calcio nello spazio e lo «zio» che seppe raccontarlo con l’ironia del giullare serbo e non servo. Sempre nell’arena londinese, per la cronaca e per la storia, si celebrerà la prossima finale di Champions, il 1° giugno. L’ultima edizione con la fase a gironi.

Non si può non citare, in questo avventurato scorcio, il terzo scudetto del Napoli, il primo strappato al triangolo Juventus-Milano-Roma dall’hurrà doriano del 1991. L’arroganza e la gelosia di Aurelio De Laurentiis hanno condotto a una abdicazione fin troppo precoce e plateale per non alimentare sensi di colpa e morbosi dibattiti. C’è poi stata, il 21 dicembre, la sentenza della Corte di giustizia europea, che sconfessava Fifa e Uefa bollandone come «illegali» i rispettivi monopoli.

C’è chi ha letto il verdetto in chiave Superlega, estremizzando e banalizzando le conseguenze. Gianluca avrebbe sorriso, di simili reazioni. Lui che poté fregiarsi di un capo del calibro di Mantovani. E non di un quaquaraquà del livello, infimo, di Gabriele Gravina, degno sodale di Aleksander Ceferin, il boss che, in puro stile Usa, vorrebbe esportare la democrazia salvo tramare e manovrare per un quarto mandato che il regolamento non contempla.

Mi piace ricordarlo, Gianluca, per quello che è stato: un guerriero borghese che, in carriera, ha guadagnato senza lasciarsi abbindolare dalle sirene delle etichette e, già che ci siamo, dalle nostre. Non meno ambigue, non meno seducenti. All’epoca della Juventus gli diedero del dopato, ma nulla – se non poche, misere righe – risulta agli atti dei diecimila coccodrilli e dei centomila elzeviri che noi, penne lecchine e puttane, gli abbiamo dedicato.

Guai a chi, per gli effetti buonisti del tumore al pancreas che lo stava consumando, l’ha considerato un santo, e come tale l’ha «venduto». Si è sbattuto per i malati di Sla e da lassù, immagino, avrà sorriso il giorno in cui Giorgio Chiellini ha benedetto il proprio ritiro «furbi et orbi». Sì, Chiellini: il King Kong che, in Nazionale, smetteva d’improvviso il ghigno del bastardo bianconero per indossare il saio del «defensor fidei».
«Se piaci a tutti o sei un ruffiano o sei la pizza» scrive l’aforista Fabrizio Caramagna. Per fortuna, Vialli non piaceva a tutti. Almeno da vivo.

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