Comincia l’anno, finisce Cristiano: in parole “povere”, poco da aggiungere

La ghigliottina che cala non imbratta le opere di una vita di Cristiano Ronaldo, che rimane uno dei più grandi di ogni epoca, ma ne sporca l’epilogo.

Articolo di Roberto Beccantini02/01/2023

© “CRISTIANO RONALDO” – FOTO MOSCA

In Cristiano Ronaldo l’inizio coincide con la fine. La firma in calce al contratto che lo legherà al club di Riad «Al-Nassr» per due stagioni e mezzo, sino al 2025, vale 500 milioni netti di euro, più o meno 200 l’anno. Dopodiché, al modico onorario di un (altro) mezzo miliarduccio, passerà a fare il testimonial per l’Arabia Saudita che punta – con l’Egitto e la Grecia – a ospitare il Mondiale del 2030. Contento lui. E se l’Arabia, come il Qatar, non è proprio un baluardo dei diritti, mai dimenticare che il 18 gennaio, sempre a Riad, esporremo e assegneremo la Supercoppa fra Milan e Inter.

Sui soldi mi astengo: è troppo comodo fare i frati con il saio degli altri, tanto per parafrasare ed edulcorare una vecchia e becera battuta di Stefano Ricucci, uno di quei «furbetti del quartierino» che diedero la scalata ad Antonveneta e al «Corrierone», scandalo scoppiato nell’estate del 2005. Mi spiace perché, anche se sembra una vittoria alla lotteria, in realtà è una sconfitta. Assoluta. Tonante. Con una barca di quattrini a incerottare l’orgoglio vinto e non più vindice.

Non rammento una picchiata così verticale, così rapida. Dopo Udinese-Juventus 2-2 del 22 agosto 2021, Cierre molla Madama per tornare al Manchester United. Fra Premier e Champions distribuisce la bellezza di 24 gol in 39 partite e Gian Piero Gasperini, a Bergamo, se lo mangia e se lo coccola («ah, se solo potessi, o avessi potuto, allenarti»). Ma la Champions si ferma agli ottavi, cancellata dall’Atletico Madrid del Cholo, e non arriverà nemmeno dalla classifica. In compenso, il 21 aprile 2022, piomba, dall’Ajax, Erik ten Hag e nulla sarà come prima.

Cristiano, che fin lì, per il sottoscritto, era addirittura in vantaggio su Lionel Messi – non fosse altro che per il nomadismo imperiale tra Portogallo, Inghilterra, Spagna e Italia – deraglia di brutto. Perde la testa. Diventa prigioniero di un Ego che non esplode più sugli avversari, sbriciolandoli: implode in casa, sfigurandone gli infissi e il carattere. Marina gli allenamenti, salta le tournée, trama per essere ceduto, rilascia un’intervista dai cui toni, apocalittici, esce travolto e stravolto. Non più United.

Al Mondiale, con la Nazionale portoghese, parte capitano, firma il gol «inaugurale» (su rigore, al Ghana), contribuisce a impacchettare l’Uruguay ma poi, sostituito agli sgoccioli della sfida con la Corea del Sud, sbarella di nuovo e finisce in panchina contro la Svizzera (6-1) e il Marocco (0-1). Il ct Fernando Santos gli riserva avari spiccioli, il popolo bue gli volta le spalle, i compagni non lo cercano più come se fosse il totem; al massimo, come si fa con lo zio paperone e brontolone che ha fatto tanta fortuna, e la fortuna di tanti, ma ora non è che un isterico rompicoglioni di quasi 38 anni (il 5 febbraio).

Nello stesso tempo Messi, rigenerato dagli ozi parigini, decolla, lo supera e si prende il mondo. Come Diego, 36 anni dopo. «Ei fu», Cristiano. In tutti i sensi. Litiga persino con Jorge Mendes, l’agente preferito, e neppure il «pensiero» della diletta Georgina – una Rolls Royce decappottabile da 370 mila euro – ne lenisce il furore. Si offre, nessuno lo vuole. Ha sbagliato in pieno il passo d’addio. Ormai si parla più della «carta segreta» con la quale potrebbe inguaiare la Juventus di quanto realizzato sul campo, sui campi. Rimane uno dei più grandi di ogni epoca, anche se gli stolti lo aspettano al varco, gretti e invidiosi. Comincia il 2023 e lui, Ronaldo d’Arabia, ha deciso di «restare» nel 2022, mai così ricco, mai così bersaglio mobile e nobile di cecchini rancorosi. La ghigliottina che cala non imbratta le opere di una vita, ma ne sporca l’epilogo. Proprio l’atto che agita la memoria dei pigri.

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