Ai piedi del portiere: piccolo viaggio dentro un ruolo non più “solitario”

Il portiere è un ruolo romantico, cantato da Saba e Caminiti, che portiere fu. Nacque senza guanti e crebbe nel coraggio e nell’incoscienza.

Donnarumma
Articolo di Roberto Beccantini02/05/2022

© “ITALIA-DONNARUMMA” – FOTO MOSCA

Il portiere è un ruolo romantico, cantato da Umberto Saba e Vladimiro Caminiti, che portiere fu. Nacque senza guanti, crebbe nel coraggio e nell’incoscienza. Poteva giocare con le mani anche fuori area. Piano piano, venne regolato e imprigionato tra le sbarre della scuola inglese, che privilegia la posizione alla posa. Gordon Banks ne riassunse lo stile scarno ma non tirchio.

L’hanno sempre scortato con il sincero rispetto che si deve a “eroi” come Giorgio Ghezzi, due scudetti con l’Inter, uno scudetto e una Coppa dei Campioni al Milan, la prima del calcio italiano, il kamikaze di Gianni Brera (dalle “uscite slittate sui gomiti come su due pattini miracolosi”); e con la curiosità didattica di Jonathan Wilson (“The outsider”) e Ben Lyttleton (“Twelve yards”), giornalisti e scrittori britannici.

L’hanno sempre marcato stretto. La Fifa, in particolare. Sino all’alba dei Novanta, era un corpo a sé anche se non proprio estraneo. Da quando Joseph Blatter – losco negli affari, ma tecnicamente bravo fra i bravi – promulgò la “legge” che limitava i retropassaggi. Costringendo anche loro a usare i piedi. Che, da necessari, diventarono, così, obbligatori.

Basta con le “immunità” di gregge, si disse e si brindò. Lo si difende ancora nella sua cuccia e nelle mischie; non più, o molto meno, quando esce “basso” o dai pollici trasloca agli alluci. Proprio per questo stiamo assistendo a una raffica di papere: Gigio Donnarumma al Bernabeu, durante Real-Paris Saint-Qatar, borseggiato da Karim Benzema; Gigi Buffon in Perugia-Parma, lisciante, rimontato e “spogliato” da Marco Olivieri (ripeto: Buffon, uno dei migliori di tutti tempi, di anni 44); Alex Meret in Empoli-Napoli, beccato in flagranza di struscio da Andrea Pinamonti; e, last but not least, Ionut Radu in Bologna-Inter, sorpreso dalla rimessa laterale di Ivan Perisic e gabbato da Nicola Sansone. Ad agosto, in Udinese-Juventus, c’era cascato persino Wojciech Szczesny.

E occhio: in Manchester City-Liverpool 2-3, semifinale secca di Coppa d’Inghilterra, Zack Steffen – che sta al titolare Ederson come Radu a Samir Handanovic – si era fatto circuire e scippare da Sadio Mané. E mi fermo qui per carità di “patrie”. Il potere lo esercitano gli attaccanti, non più i difensori, la caccia grossa alla quantità dei gol ha sabotato gli equilibri e, perché no, i benefici di casta. A ciò si aggiunga la facoltà di “giocarsi” il rinvio dal fondo (o un’eventuale punizione) anche dentro l’area, in vigore dalla stagione 2019-2020. Se da un lato consente agli attaccanti di alzare il pressing, dall’altro favorisce la famigerata “costruzione dal basso”, fin lì praticata dalle squadre più virtuose, su tutte il City del Pep.

Per i numeri uno è cambiata la vita. Non sono più pezzi di storia relegati nel museo della memoria, sono coriandoli di cronaca che i carnevali di ogni settimana fanno volare. Si va dal gol-arcobaleno del portiere del Modena, Riccardo Gagno, contro l’Imolese, in Serie C, agli “espropri” che colpiscono in barba al censo e all’incenso. Gli sgorbi, quando ero ragazzo, si riducevano a una palla sotto la pancia (Costa Pereira nella finale di Coppa dei Campioni fra Inter e Benfica, su un terreno fradicio di pioggia, San Siro 1965). Eduardo Galeano chiosava: “È un solitario. Condannato a guardare la partita da lontano. Senza muoversi dalla porta, attende in solitudine, fra i tre pali, la sua fucilazione. Prima vestiva di nero come l’arbitro. Ora l’arbitro non è più mascherato da corvo e il portiere consola la sua solitudine con la fantasia dei colori”. Oggi, uno così “solitario” e “condannato a guardare la partita da lontano” non è più il portiere. È il centravanti.

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