Berardi, «libero prigioniero» di una scelta che non ci piace e non vogliamo capire

Berardi ha preferito essere una domanda e non una risposta. Un punto interrogativo che ci passiamo di mano in mano. Chi e cosa sarebbe in una grande squadra?

berardiFoto Mosca
Articolo di Roberto Beccantini02/10/2023

© “BERARDI” – FOTO MOSCA

Domenico Berardi, 29 anni il 1° agosto, è diventato un ossimoro. Libero prigioniero. O prigioniero libero. I confini sono subdoli, tenui. Corre, il pensiero, a Gigi Riva, il gran lombardo detenuto e detonatore di un’isola. E all’Athletic Bilbao, la squadra che lo juventinissimo Francesco Cossiga portava nel cuore. Per lo spirito fiero e ribelle, per le picconate contro il regime di Madrid. Lo possono allenare tutti, l’Athletic, ma vi possono giocare soltanto baschi di sangue o di scuola. Il prezzo di un valore che non ha prezzo.
Ecco, Berardi a suo modo è un basco. Felice – ufficialmente, almeno – delle sbarre che ha scelto, delle catene che lo limitano (ma, nello stesso tempo, lo esaltano).

Calabrese di Cariati, testa calda e muscoli fragili, al Sassuolo dal 2010, ha preferito – «Quousque tandem», direbbe Cicerone, fino a quando? – essere una domanda e non una risposta. Un punto interrogativo che, come un cerino, ci passiamo di mano in mano. Chi e cosa sarebbe in una grande squadra (e non in una squadra media dal gioco grande)?
I gol e le vittorie contro la Juventus al Mapei (4-2) e l’Inter a San Siro (2-1) hanno rilanciato il quesito. Ognuno lo inforca come meglio (se appassionato) o peggio (se fanatico) crede.

È stato avvicinato al Milan, all’Inter e, in estate, alla Juventus. Gli esperti giurano che, a gennaio, potrebbe esserci un ritorno di fiamma. Fiamma fin qui spenta, per la cronaca, proprio dall’interessato più diretto, il piromane che, al momento di ravvivarla, indugia, si pente e si fa pompiere. Delle proprie emozioni, dei propri onorari.
Zero minuti in Champions; e, agli Europei del nostro «concerto», titolare in avvio e quindi riserva di Federico Chiesa, salvo riemergere a Wembley, nel can-can del gran finale, per trasformare il suo rigore. Perché sì, li cerca, li cova, li batte. Uomo di sinistro, e non «bipede» come l’ex Viola, di Federico è meno veloce, meno verticale ma ha sviluppato un fiuto e un senso della porta decisamente superiori.

Nella lavagna di Alessio Dionisi, s’imbosca a destra per poi sterzare verso il centro e liberare il mancino. «A piede invertito», stando a una definizione di orrido spaccio. Voce di popolo: con Dusan Vlahovic e Chiesa costituirebbe un tridente da sogno. Già, se non ci fosse di mezzo il Massimiliano Allegri di ritorno, brontolano e sferruzzano le tricoteuses del web. Con quello dei cinque scudetti, e di Paulo Dybala issato a 22 gol, record personale, ci saremmo, divertiti. Con questo, viceversa, meglio lasciar perdere. Lo convertirebbe in «ala a tutta fascia», capriola gergale per non dargli del terzino.
Madama o non Madama, Domenico è sempre Domenico.

Una proiezione onirica, una presunzione di eccellenza, una camicia di forza dentro la quale si agitano gli esploratori di certezze. Non ci piacciono i carcerati che, di fronte a maliziose proposte di evasione, si nascondono tra i cuscini della provincia, che non è da «provinciale» in senso stretto e gretto, ma sterilizza le lusinghe e le luci dei paragoni, merci che, per convenzione, un po’ ci adescano e molto ci seducono.

Quando incombe, l’età si trasforma in una clessidra boriosa, in una ghigliottina sospesa. La voluttà di ficcare il naso negli affari degli altri tracima e abbatte gli argini della curiosità, bigotta o morbosa a seconda dei pregiudizi. Evgenij Aleksandrovic Evtušenko scriveva: «I felici non guardano le ore, sono le ore che guardano i felici». E così sia. Insomma: grande giocatore «anche» in una grande squadra, o «solo» in una piccola? Coraggio, varchi ’sto benedetto Rubicone. E questo, non perché amiamo il Sassuolo di meno ma perché amiamo «quella» risposta di più.

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