Vincenzo D’Amico, nuvola leggera di talento nei cieli di piombo
È scomparso all’età di 68 anni Vincenzo D’Amico, storico simbolo della Lazio. Il ricordo di Roberto Beccantini.

Chi trova un amico trova un tesoro, recita un antico proverbio. Non sempre è così, ma chi trovò D’Amico lo trovò davvero, un tesoro. Toccò alla Lazio, la Lazio dei sanguinosi Settanta, stagioni di piombo nelle strade e nelle tipografie, la domenica del divorzio e la domenica di uno scudetto storico. Il primo. Campionato 1973-’74. Vincenzo D’Amico ci ha lasciato sabato 1° luglio, a 68 anni, vinto da un tumore. Si sapeva, si temeva, si pregava. Di quel cielo azzurro è stato una nuvola leggera di talento, sbocciato per caso e svezzato d’istinto, con l’aria e il dribbling un po’ svampiti dei viandanti che, nati a Latina, sciamano inquieti nell’Urbe e che sarà, sarà.
D’Amico. Era un «dieci», qualsiasi maglia indossasse. I riccioli, il nasino ad àncora, il piedino delicato. Non poteva che scoprirlo Tommaso Maestrelli, il fondatore della Lazio più bella di sempre. La Lazio che scalzò Madama. La Lazio di Umberto Lenzini, il papà burbero. La Lazio divisa in clan e raccontata da Angelo Carotenuto in un libro che è un arsenale di emozioni ed erezioni, «Le canaglie». Giorgione Chinaglia e Pino Wilson, Sergio Petrelli e Luciano Re Cecconi, con Luigi Martini fluidificante (e, da grande, pilota d’aereo e deputato di An). Si sparava sul serio, tra la noia delle vigilie e l’hybris delle partite. Sembrava di vivere dentro un film, metà cowboy e metà indiani.
Se Long John fu il Gigi Riva dell’Aquila, D’Amico incarnò il gusto per qualcosa – nella risacca di un sistema conservatore – che non fosse bieca convenzione o convinzione: ma, se possibile, distrazione. Una mossa, una scossa, la fantasia irregolare del giovanotto dotato e svogliato. Una vita nella Lazio, salvo un blitz al Toro, e la pedata nel sedere inflittagli da Chinaglia, per un tunnel subito da Sandro Mazzola in una sfida tempestosa con l’Inter, diventata una sorta di manifesto esistenziale (e non, come sarebbe stato più corretto, occasionale).
Si piaceva indocile, «Vincenzino». Fragile di testa e di muscoli, un Gianfranco Zigoni diverso ma non poi troppo lontano. Litigò con Enzo Bearzot, zero presenze in Nazionale, non si sapeva tenere, né a tavola né in campo, là dove cogliere l’attimo può significare la «svolta», e non una semplice «volta». Recitando sé stesso, non simulava: coinvolgeva. Nel 1977, Re Cecconi moriva sparato da un orefice, e che fosse stato davvero uno scherzo, mah, molti ancora ne dubitano. Nel 1979, poco prima dell’ennesimo derby, moriva Vincenzo Paparelli, tifoso laziale, centrato da un razzo romanista. Succedevano tragedie del genere, nella pancia di un Paese fuori controllo, andavi allo stadio e ti cadeva addosso il macello di via Fani (16 marzo 1978, rapimento di Aldo Moro e assassinio brutale dei cinque uomini della scorta).
Il calcio rappresentava una sorta di bordello. Aperto, però: non chiuso. Penso allo scandalo del Totonero e alla Lazio retrocessa in B. Penso alla lotta per il titolo: nel ‘69 vinceva la Fiorentina di Bruno Pesaola; nel ‘70, il Cagliari di Riva, lombardo che dall’isola non sarebbe più evaso, prigioniero felice (ossimoro). E se fra il 1971 e il 1973 si tornò alle cadenze canoniche (Inter-Juventus-Juventus), ecco la Lazio. «Quella». Maledetta. Ormonica. Sulle spalle di un figlio di emigranti che nel Galles avevano cercato la loro America, e al guinzaglio di un cucciolo che la classe spingeva a fare, del suo mondo, il mondo.
«Il talento nel football suscita sospetti. Il muscolo è innocente», ha detto Jorge Valdano. Vincenzo avrebbe potuto essere molto di più, ma non ha voluto, o non ce l’ha fatta. Non si può essere tutto, non si può essere di tutti. In tv non era banale, ma fu nella Lazio dei lampioni crivellati e dei campioni incazzati che ci aiutò a sognare. Nostalgia canaglie.
