Arrigo Sacchi, sembrava un «pesce d’aprile» e invece era uno squalo

Nato il 1° aprile (del 1946), Arrigo Sacchi sembrò un «pesce» non appena prese possesso del Milan. E invece era uno squalo.

sacchi
Articolo di Roberto Beccantini04/04/2022

Nato il 1° aprile (del 1946), Arrigo Sacchi sembrò un «pesce» non appena prese possesso del Milan. E invece era uno squalo.

Estate del 1987, lo scudetto lo aveva vinto il Napoli di Diego Armando Maradona: e, mi sia permesso, di Ottavio Bianchi. Il 9 novembre del 1989 sarebbe caduto il muro di Berlino. In Italia, quel Diavolo dell’Arrigo ne aveva fatto cadere un altro, e per la prima picconata scelse proprio il San Paolo (allora), 1° maggio 1988: 3-2 al Napule e via col vento.

Era il Milan di Silvio Berlusconi e Adriano Galliani. Il Milan di Ruud Gullit, Van Basten e (di lì a pochissimo) Frank Rijkaard. Vinse «solo» un campionato su quattro, ma in Europa e nel mondo (ri)scrisse la storia: 2 Coppe dei Campioni, 2 Supercoppe, 2 Coppe Intercontinentali.

Romagnolo di Fusignano, il padre scarparo, l’Olanda e l’Ajax subito a ronzargli attorno come mosche e come muse. Demolì la nostra scuola, il nostro lessico familiare, il calcio votato alla difesa e al contropiede, non così bislacco ma neppure così glamour. Ci svegliò. Ci divise. Studiò un sacco. Non inventò nulla. Portò conoscenze che si fecero (ri)partenze.

Gli dicemmo «facile, senza gli inglesi». Vero, conquistò il continente quando mancavano, squalificati per la tragedia dellHeysel (29 maggio 1985, finale di Coppa dei Campioni, Juventus-Liverpool 1-0, 39 morti), ma fu il suo Milan a occuparne il vuoto, non la Juventus di Giampiero Boniperti, non l’Inter di Giovanni Trapattoni, non il Napoli di Diego, non le romane. Lui. I suoi.

Proprio al Trap subentrò in linea gerarchica e filosofica. Arrigo è diventato, nel tempo e per i tempi, una sorta di Dalai-pressing, venerato e osteggiato, un punto sul calendario delle nostre memorie e delle nostre pigrizie, un maniaco del mestiere e, man mano che ne veniva mangiato, di sé stesso. Fino all’implosione e al ritiro.
Solo con quel Milan, però.

Non in Nazionale, che pure pilotò ai rigori e all’argento di Pasadena 1994, fra le lacrime di Franco Baresi e il rigore satellitare del Divin Codino. Si vantò di aver quasi vinto senza battitore libero. Da uno scranno Tony Damascelli gli ricordò, sommessamente, «e senza centravanti» (Daniele Massaro, falsissimo nueve). In suo onore, ma anche a suo onere, Giuseppe Pistilli coniò il termine «fusignanista», dedicato alle frotte di devoti che pendevano dalle sue lavagne e dal suo megafono.

«O io o Van Basten» è il mantra che ci è stato tramandato (e dal vate smentito). Riassume, più che uno stato d’animo, un colpo di stato, nel senso che mette di fronte l’Io del «giuoco» all’io del giocatore. A livello assoluto, Sacchi ha vinto esclusivamente «con» Van Basten. Il quale, senza Arrigo, ha vinto prima, durante e dopo: prima, con l’Ajax; durante, in Nazionale (l’Europeo del 1988 con Rinus Michels); dopo, ancora con il Milan di Fabio Capello. Sono confini che le fazioni si tirano addosso con l’enfasi e il fanatismo di coloro che applaudono un inventore o esecrano un imbonitore.

Le vie di mezzo, gli armistizi, i patteggiamenti sono esclusi. Il personaggio non li frequenta, non li tollera. Anche per questo, ci ha conquistato e costretto a iscriverci: di qua o di là. Disse: «Il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti». Ci segue come un’ombra. Scrive sulla «Gazzetta». Sempre lo stesso pezzo, sempre le stesse citazioni, Per venirne a capo bisogna tradurlo. Quando parla bene di Massimiliano Allegri, significa che sta per morderlo.
Arrigo è un libro da tenere sul comodino. Magari non lo apri per mesi, ma è lì e lo sai. E lo fai sapere in giro.

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