Bernard Tapie, padrone-predone che sedusse Maradona

Tapie

Bernard Tapie, morto domenica a 78 anni, è stato un padrone-predone di Francia, un tipo alla Silvio Berlusconi. Uomo d’affari, politico, mago della finanza, attore. Persino navigatore. Tutto.

Ha legato il suo nome al ciclismo (la «Vie Claire» di Bernard Hinault e Greg LeMond, con cui vinse Giro e Tour) e al calcio. Olympique Marsiglia: una finale di Coppa dei Campioni persa ai rigori (nel 1991, a Bari, contro la Stella Rossa di Sinisa Mihajlovic e Dejan Savicevic) e una vinta, nel 1993, al battesimo ufficiale della Champions League; 1-0 al Milan di Fabio Capello a Monaco di Baviera, gol di Basile Bolì.

Proprio quel successo lo portò in carcere per aver manipolato una partita di campionato, con il Valenciennes, allo scopo di rendere più agevole la marcia verso l’epilogo tedesco. La combine sfociò nella retrocessione del club, non però nella confisca del trofeo europeo, sul quale non sarebbe mai tramontata l’ombra del doping.

Figlio di un operaio e di una badante, adorava le scorciatoie. Fu proprietario dell’Adidas: fu, per dirla con Luigi Pirandello, uno, nessuno e centomila. Ed entrò a gamba tesa anche nella storia del Napoli. Marcava stretto Diego Armando Maradona, lo voleva a tutti i costi. E di tutto fece per portarlo al Vélodrome. Era l’estate del 1989, il Napoli di Ottavio Bianchi aveva appena alzato, a Stoccarda, la Coppe Uefa (si chiamava ancora così: che nostalgia).

Dal libro «Ferlaino sceicco di Napoli» di Mimmo Carratelli: «Il contratto era in scadenza. [è Ferlaino che parla] Lo voleva Bernard Tapie al Marsiglia, ci offrì 25 milioni di dollari. Rifiutai. Ci provò Silvio Berlusconi, gli garantiva il doppio di stipendio. Rifiutai di nuovo». E ne diventò, così, il carceriere.

Perché sì, Diego avrebbe pagato pur di scappare. I grandi amori, e il suo con Napoli e i napoletani è stato grandissimo, per essere eterni e condivisi hanno bisogno di periodi di crisi, di momenti in cui ci si sente lontani anche pur combattendo le stesse battaglie per le stesse cause con le stesse armi. Diego era un genio, un genio tanto schietto quanto «maudit», in balia dei suoi demoni e delle sue visioni. Amato troppo, da troppi, si amava troppo poco. Voleva parcheggiare una storia e salire su un’altra. Tapie era un seduttore.

Lo aveva corteggiato, lusingato. Sognava di fare, già nel Novecento, quello che, nel Duemila, Parigi e il Qatar avrebbero fatto con Leo Messi, figlio di Diego e nipote di Omar (Sivori). Aveva 29 anni, il Pibe. L’età giusta per trasformare, secondo il disegno del presidentissimo, le ambizioni sfrenate della carriera nei precetti bulimici dell’eresia.  Erano pronti assegni in bianco, ville, aerei, plotoni di tentazioni.

Diego barcollò, diede la parola. Non perché amasse Napoli di meno, ma perché pensava di amare di più la voglia di un’altra fuga, dopo quella da Barcellona. I napoletani avrebbero capito. Li aveva gratificati di uno scudetto, il primo, e persino di uno scalpo internazionale. Non li avrebbe dimenticati, sarebbe tornato. Megafono del popolo.    

Sarebbe stato un tradimento, sì, ma per le «malattie» che spesso debilitano la cronaca e poi passano: non certo per sabotare la leggenda, e riscriverla. Ferlaino oppose un fiero e sdegnato no. A Tapie, a Sua Emittenza, al Nord dei poteri forti e alla Francia del calcio champagne (più o meno). E addirittura al «suo» Diego. Che, vinto, gli fece vincere un altro scudetto, nel 1990. E comunque, patti chiari: «Non, je ne regrette rien». No, non rimpiango nulla. Da Edith Piaf a Bernard Tapie.

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