L’addetto stampa: dal piccolo mondo antico di Carletto ai «palloni spie» di oggi

Il 6 febbraio 2013 ci lasciava Carlo Iuliano, addetto stampa del Napoli di Maradona, tanto per fissare dei confini cronologici, e giornalista dell’Ansa.

Articolo di Roberto Beccantini06/02/2023

Il 6 febbraio di dieci anni fa ci lasciava Carlo Iuliano. Lo ricordo con la stima e l’affetto che le «adozioni» a distanza nutrono più della routine cittadina. Era l’addetto stampa del Napoli di Diego Armando Maradona, tanto per fissare dei confini cronologici, e giornalista dell’Ansa. Più che servo di due padroni, padrone di due «servizi». Così lo conobbi. Così lo conservo nella memoria.

Era un altro secolo, un altro calcio, un’altra Italia. Paolo Sorrentino, che di Napoli e di napoletanità se ne intende, ci invita a diffidare della nostalgia: «Uno fa finta che il mondo era meglio prima, ma non è vero, è un alibi, eri tu che eri meglio prima» (da «Tony Pagoda e i suoi amici»). La ricorrenza di Carletto mi aiuta a parlarvi del mestiere che svolgeva. «Ai soldi» della società, ma non necessariamente «al soldo». Si fidava, ti fidavi. In assenza dei telefonini, di Internet e (ancora per poco) della tirannia televisiva, si sviluppavano rapporti capaci di resistere alla lontananza, al tifo, alle moviole.

L’addetto stampa. E’ scomparso dagli opuscoli, è stato nascosto, quasi deportato. Oggi si dice «Chief Corporate Affairs & External Communications Officer». Giorgio Tosatti avrebbe esclamato: «Sticazzi!». Ai miei tempi, bei tempi, lo stadio non era un recinto: era un ristorante. Il cronista che arrivava in anticipo, poteva scegliere le leccornie del «buffet». Un Michel Platini à la coque o una macedonia di Spillo Altobelli. Alla Juventus c’era Alberto Refrigeri, ponte (molto) levatoio fra i ringhi silenziosi di Giampiero Boniperti e la fame strillata dei taccuini. Gran cerimoniere e grandissimo barzellettiere, leggeva tutto di tutti. C’era una cosa che lo mandava in bestia. Una sola: l’oblio del notiziario. «Bel pezzo, complimenti, ma come sta il flessore di Scirea?». Era fatto così, Alberto. E non era fatto male.

Il Toro si affidò a Nello Pacifico, hombre vertical, operaio alla Fiat e redattore all’Unità. Un eclettico, più che uno specialista. E di una cultura così sterminata che non si limitava a cullare le notizie: le allattava, le scortava. Dall’attentato a Palmiro Togliatti alla tragedia di Superga.

Al Milan conobbi Vittorio Mentana, fratello di Enrico «mitraglia». Dal nostro piccolo mondo antico: dicembre 2004, a Parigi avevano appena consegnato il Pallone d’oro ad Andrij Shevchenko. Sfogliando l’elenco dei giurati, e dei loro podi, scoprirono la mia scheda. Squillo del cellulare, era Vittorio: «Ciao, ti passo Andrij». Era proprio lui, Sheva, che mi ringraziava per averlo votato. Avrebbe vinto comunque, che discorsi: mai nessuno, però, mi aveva chiamato. Mi ricambiò con un’intervista per «La Stampa», dal titolo sensualmente battistiano, «Il mio calcio libero».

Nell’Inter traslocai da Danilo Sarugia, un fiume in piena, a Guido Susini, un paesaggio alpestre. Di Danilo c’è un box che mi è rimasto impresso. Spiccava sulla rivista aziendale: «22 ottobre 1980, una data da non dimenticare: “Nantes-Inter 1-2 di Coppa dei Campioni, Cavarzere-Milan 0-3 amichevole”». Di una classe e di una perfidia infinite. Guido, che aveva lavorato anche per i cugini, soffriva ogni volta che ti doveva dire no.
Un giorno salii ad Appiano Gentile per intervistare Zlatan Ibrahimovic. Al tavolo, con noi, si sedette un tizio dell’apparato. Più spia che notaio, più stopper che suggeritore: hai visto mai che a Ibra scapasse un’allusione piccante? Lungi dal tifare per i nostri scoop, i colleghi d’antan, se potevano soffiarci una dritta di formazione, «rischiavano». Anch’essi erano carabinieri, lo sapevano e ce lo facevano sapere: ma non pesare. Ecco: penso che la grande differenza sia questa.

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