Il Grande Torino: 75 anni dopo sempre, e per sempre

Il pensiero di Roberto Beccantini sul Grande Torino, orgoglio italiano, scomparso il 4 Maggio 1949, in occasione della Tragedia di Superga.

Il Grande Torino, SupergaFoto Mosca
Articolo di Roberto Beccantini06/05/2024

Raccontare il Grande Torino a settantacinque anni dalla sciagura di Superga (4 maggio 1949-4 maggio 2024) e spiegarlo ai giovani non è facile. E’ la squadra che «nessuno» ha visto, nel senso che sono ormai rari i testimoni oculari, ma nonostante questo – o proprio per questo – continua a sprigionare un fascino che resiste al logorio del tempo e alla pigrizia della memoria.

Sono nato venti mesi dopo la tragedia. Sono stati gli articoli di Gianni Brera, Gian Paolo Ormezzano, Giuseppe Pistilli e Giorgio Tosatti a introdurmi alla liturgia della rimembranza. E le storie di Giampiero Boniperti e di mio padre a svelarmi «la» storia. Quella. Drammatica e unica.

I record, più o meno, li conoscete: cinque scudetti a cavallo della seconda guerra mondiale; l’imbattibilità del Filadelfia; i dieci titolari che in azzurro, l’11 maggio 1947, sconfissero per 3-2 l’Ungheria di Ferenc Puskas; il sospetto, forte, che con il blocco granata il Mondiale del 1950, in Brasile, non sarebbe andato come invece rovinosamente andò (fuori subito, nel girone).

Non c’era la bilancia delle coppe europee per pesarne il valore assoluto, ma se ne parlava in termini mirabolanti anche all’estero: dal Sud America, teatro di una feconda tournée, alla Spagna e al Portogallo, sede dell’ultima tappa. Fu Ferruccio Novo, industriale del cuoio, a costruirlo, ed Erno Egri Erbstein, allenatore ungherese di origini ebraiche scampato alla shoah (ma non allo schianto fatale), a forgiarlo nella tattica e nello spirito.

Se la Nazionale di Vittorio Pozzo, bi-campione del Mondo, applicava il metodo (2-3-2-3), il Toro si buttò sul sistema (3-2-2-3) che Herbert Chapman aveva escogitato, all’Arsenal, per «parare» la modifica del fuorigioco (due e non più tre difendenti tra l’attaccante e la porta).

Piano piano, diventò il simbolo di un Paese che cercava di rialzarsi dalle macerie di un conflitto che l’aveva esposto alla mortificazione dell’8 settembre e, soprattutto, al sangue di una vera e propria mattanza civile. Fausto Coppi e Gino Bartali nel ciclismo, il Grande Torino nel calcio: ecco le stampelle che l’Italia usò per camminare. E sognare.

Ancora oggi, la formazione viene recitata come una poesia: Bacigalupo; Ballarin, Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Con un riguardo speciale per capitan Valentino e le sue maniche tirate su: il segnale del celeberrimo «quarto d’ora». E se qualcuno batteva la fiacca – capitava di rado, ma poteva capitare – ecco gli squilli di tromba di Oreste Bolmida, capostazione e capo, tout court.

Boniperti paragonava Valentino al miglior Francesco Totti. E Virgilio Maroso, sempre a suo avviso, anticipò la saga dei terzini fluidificanti, da Giacinto Facchetti ad Antonio Cabrini e Paolo Maldini. La cosa buffa è che la filastrocca citata giocò insieme, nell’arco dei cinque scudetti, una sola partita di campionato: a Trieste, il 10 aprile 1949.

Finì 1-1. Mancava poco all’imboscata del destino. Una volta sola, eppure sono già passati settantacinque anni e non c’era mica la televisione, allora. Per restare «vivi», non basta morire giovani. Bisogna essere davvero grandi, davvero di tutti, sopra le fazioni e oltre i campanili. Come ricordò Indro Montanelli nel suo struggente epicedio: «Il Toro è solo in trasferta».

Venerdì 3 maggio il Toro ha pareggiato 0-0 con il Bologna. Sabato 4 maggio la prima tappa del Giro d’Italia ha accarezzato e onorato il dolore e i silenzi di Superga. In un abbraccio ideale tra il granata Fausto e il coppiano Valentino. Ci vorrebbero gli addetti ai capolavori, per custodirne l’eredità, non dei semplici addetti ai lavori.

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