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C’è vita senza Koulibaly, Mertens e Fabiàn, campioni per modo di dire

C’è vita senza Koulibaly, Mertens e Fabiàn, campioni per modo di dire

© “KOULIBALY” – FOTO MOSCA

Quando un vincente lascia, agli appassionati dello sport in questione viene il magone. Ieri, ad esempio, solo al pensiero che le conferenze post Roland Garros convocate da Rafa Nadal – l’extraterrestre con la racchetta – potessero significare il suo addio al tennis c’era da sudare freddo. Si avvertivano la nostalgia delle imprese e il vuoto che ne sarebbe scaturito senza di esse. Accettare la futura assenza di un campione è doloroso, come un divorzio, quanto quella sensazione che ciò che è stato sarà irripetibile. Quanto un familiare che lascia la città.

I campioni imprimono un segno nella storia, un graffio in noi per sempre, con le dita accarezzando il solco ci ricorderemo sempre di loro. Ciò che ci hanno suscitato, soprattutto il trasporto con il quale li abbiamo seguiti, o meglio siamo stati trainati verso trionfi che sono diventati i nostri, per passione, vicinanze, simbiosi all’atleta del caso. Quando Rafa Nadal appenderà i suoi 22 (o più) Slam al chiodo, si allontaneranno le placche tettoniche che reggono il tennis tutto e i cuori dei tennistofili, si aprirà una voragine.

È stato così per tanti altri, anche meno importanti, ma vincenti. E, arriviamo al punto, nessuno si ricorda dei secondi, nessuno si ricorda dei perdenti e a nessuno dovrebbe dispiacere più di tanto, più ad esempio di aver macchiato la t-shirt preferita e doverla buttare, se uno di questi dovesse salutare. Giornalisti, lavoratori del settore, gente comune, in fondo siamo tutti tifosi e i tifosi, si sa, vivono di emozioni. Le emozioni sono il succo delle vittorie, brandite dai campioni.

Che termine démodé, travisato, superato, abusato, quello del “campione”. Per definizione “‘atleta vincitore di una gara o di un ciclo di competizioni o che eccelle su tutti gli altri”. Il campione che è un vincente, capace di arrivare alla vittoria. Che definizione obsoleta quella dei dizionari. Oggi è diverso o, almeno, cosi pare. Il palmarès è finito al secondo piano, sovrastato dai milioni e dai follower, dall’interesse dei media e dei brand.

È cosi che un calciatore come de Ligt, incapace di fare la differenza nella propria squadra in positivo – perché in negativo ci è riuscito tante volte, l’ultima in finale di Coppa Italia con due interventi da oratorio che hanno causato i rigori decisivi – può dichiarare: “Rinnovo? Vediamo, due quarti posti non mi bastano”.

Due quarti posti non bastano al difensore pallavolista olandese, come se lui, “campione”, riparato dal suo contratto e dall’apprezzamento generale, non avesse contribuito a quei fallimenti. Come se i bonifici di madama, i 5 milioni di seguaci su Instagram, il baffo Nike sugli scarpini bastino, invece, per renderlo un vincente e conquistare il cuore dei supporter bianconeri e un piccolo posticino nella grande storia del calcio. La sensazione è che a Torino, se Matthijs dovesse andare via, un giorno penseranno a Moreno Torricelli, ex Carratese, 7mila follower IG, ma tra gli eroi delle notti di Champions più che a lui.

È anche a questo che un tifoso dovrebbe pensare quando legge che Koulibaly ritiene 4 milioni all’anno per i prossimi quattro anni non abbastanza, che Mertens ne vuole 4 netti, puliti, più bonus e commissioni per i suoi agenti da spalmare su un biennale, stessa cosa Ospina, a cifra maggiore (6 milioni). Potremmo mettere nel calderone anche Fabián. Lo spagnolo ha poche intenzioni di restare. Se non si arriverà agli accordi con i suddetti, si dirà che il Presidente è un pappone, che la squadra per la prossima stagione sarà più debole perché senza giocatori decisivi.

Qui lo scarto, decisivi per aurea o de facto? La società, come tutte le altre sul pianeta, si baserà sulla locuzione latina di linguaggio giuridico. La realtà, i numeri, le medaglie, il metallo portato in dono o potenziale.

Riflettiamo sul caso più eclatante di mancato rinnovo di questa Serie A: Paulo Dybala. L’argentino è probabilmente tra i cinque talenti più cristallini dell’intero panorama europeo. La Joya è un “Omarino”, una delizia per gli occhi, le sue giocate valgono da sole il prezzo del biglietto. Goduria per gli esteti. Ma non con bellezza può accompagnare i tozzi di pane Andrea Agnelli, ha bisogno di ciccia per nutrire una vecchia stanca Signora. La carne sono le vittorie, Paulino fragilino, non è riuscito a far la differenza in tal senso, complici le noie fisiche. Allora se il nuovo corso bianconero ha bisogno di ripartire da “campioni” si è deciso di interrompere un grande amore, firmare quegli assegni a chi si crede possa significare “coppe”: vedi Pogba, Di Maria. La strada per il raggiungimento degli obiettivi non prevede soste emotive.

A Koulibaly, Mertens e Fabián, non bastano gli sforzi economici del Napoli. Ma la domanda è al Napoli “Koulibaly, Mertens e Fabián bastano?” Sono capaci di rendere il successo agli azzurri oppure abbassando il monte ingaggi è possibile rimpiazzarli con innesti che un giorno potranno esserlo? 
Certo, c’è affetto. Mertens è un idolo delle folle, Koulibaly un gigante buono e Fabián ha qualità indiscutibili, seppur non rare, ma, tornando a De Ligt, sono campioni per definizione o semplicemente per convenzione? 

Nadal lascerà voragini dietro di lui, abbiamo detto, Torricelli un bel ricordo e i tre azzurri? Cosa ci resterebbe se Koulibaly, Mertens e Fabián andassero via?

Risultati rotondi, partite godibili, interrogativi inevasi, speranze deluse, sorrisi, discussioni, tre coppe in tre. Quindi, nessuna nostalgia delle vittorie, non ci sono state o, meglio, per ciò che sogna la piazza, sono state irrilevanti. Perché, dunque, non potrebbero arrivare dopo una loro partenza? Perché non potrebbe restare tutto com’è?.

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