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La “camera” poco “candid”

La “camera” poco “candid”

Anni fa il Rolland Garros inventò un simpatico, ironico, candida camera per riempire gli intervalli tra un game e l’altro. L’occhio delle telecamere vagando con fare intrigante catturava baci tra fidanzati, spettatori che addentavano panini, abbigliamenti anticonformisti, espressioni di stupore e di allegro narcisismo di chi si vedeva immortalato nel maxi schermo, tifosi con in viso i colori dei giocatori preferiti, bandiere al vento, striscioni con “I love”, “Vamos”.

“Roger forever”, incitamenti di mogli, fidanzate, padri e madri, concentrazione preoccupata o di approvazione degli allenatori, giocatori a torso nudo per il cambio di magliette sudate.

Il gioco delle telecamere ‘pettegole’ ha coinvolto i tennisti a fine match. Da vincitori aggrediscono l’obiettivo con smorfie, commenti scritti con il pennarello. L’intrigante racconto di questi contorni ha contagiato altri sport, ha indugiato sulla prorompente euforia dopo un gol, sulle facce insoddisfatte o radiose dei panchinari, l’isteria di allenatori a bordo campo (esemplare il gesticolare senza soste di Pippo Inzaghi), il folclore dei tifosi, la spettacolarità dei supporter africani, dei carioca, dei i loro passi di danza da fermo per tutti i novanta minuti, le lacrime degli sconfitti, l’espressione di falsa innocenza dei giocatori che abbattono brutalmente un avversario, perciò mistificatori, elementi di squadre in vantaggio.

Interessati al trascorrere dei minuti simulano gravi conseguenze di un fallo subito, smentiti clamorosamente dai replay, baci alla telecamera, scivolate di venti metri dopo un gol, mamme con il braccio bambini di pochi mesi, i volti di piccoli, competenti fan.

C’è un lato B, la faccia indecente, raccontata dall’occhio impietoso delle telecamere: i saluti fascisti, gli striscioni razzisti, le risse tra tifoserie opposte, i falli ‘cattivi’, a far male, gli sputi dei calciatori, le gomitate intenzionali, i fischi durante l’esecuzione dell’inno nazionale della squadra avversaria, il lancio di oggetti in campo.

Finalmente bel calcio B. Nessuna sorpresa se a interpretarlo è la magica leggerezza brasiliana, la contemporaneità di talento, velocità, genialità, del francese Kylian Mbappé.

Sono strepitose eccellenze del calcio moderno, che patisce la crisi profonda del sistema dominato dal dio denaro, dalla corruzione, dalla degenerazione comune a ogni altro ganglio della società eticamente svilita.

Circola l’incredibile indiscrezione sul valore di un giovanissimo talento del calcio internazionale, stimato in duecento milioni. Di che sorprendersi se un club titolatissimo, emanazione del gigante Fiat è indotto a brogli finanziari, se la società ‘virtuosa’ del Napoli denuncia un bilancio in rosso di 50 milioni, se la Fifa soggiace alla potenza economica del Qatar e baratta la correttezza con un’allettante ‘dono’ di petrodollari?

Questo calcio sembra prossimo alla sua estinzione, in alternativa alla dipendenza totale dalla ciclopica congerie di padroni dell’oro nero, di super ricchi monopolisti della tecnologia e multinazionali farmaceutica, di occulti o noti produttori e mercanti di armi.

Su queste patologie sociali, estese alla crisi del calcio, si dispiega molto marginalmente il potenziale investigativo dei media che glissa sull’estremo di Lotito, padrone della Lazio cooptato dalla politica, che assolve la bufera giudiziaria che incombe sulla Juventus e non si iscrive al partito dei colpevolisti: “Se continuiamo a parlarne, facciamo preoccupare tutti. Non faccio il magistrato, ma tutti quando vincono salgono sul carro, poi scappano quando c’è qualche problema, oltretutto dalle persone da cui tutti si sono abbeverati”. Agnelli ringrazia.

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