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Il mestiere dell’ombra: i suggeritori dei grandi gol nascosti nella cronaca per servire la storia

Il mestiere dell’ombra: i suggeritori dei grandi gol nascosti nella cronaca per servire la storia

Queste righe sono dedicate al mestiere dell’ombra. A coloro che, per servire la storia, si sono nascosti nella cronaca. Fornitori e spettatori di grandi gol, umili custodi del momento, del memento. Il 3 novembre 1985 pioveva su Napoli. Pioveva a dirotto. A Fuorigrotta si presentò la Juventus delle otto vittorie consecutive. La Juventus di Giovanni Trapattoni e Michel Platini. Successe che, nella ripresa, l’arbitro Giancarlo Redini di Pisa fischiò una punizione indiretta (“a due”) nell’area di Madama. Miccia, un gioco pericoloso di Gaetano Scirea. Il meno pericoloso.

Il risultato dormicchiava sullo zero zero e non era credibile che un episodio così lasco avrebbe potuto svegliarlo. A pochi metri dalla porta, in posizione laterale, con la barriera – in epoca pre spray – vicina, troppo vicina. La palla la sistemò Diego Armando. E chi, se non lui? Lo scortava Eraldo Pecci. Il Pibe sentiva e scorgeva cose che «noi umani» manco immaginavamo. Per questo l’Eraldo era scettico. “‘Sto qui vuol tirare. È Maradona, cavoli suoi”. Agli ordini. Ne uscì una di quelle traiettorie che bucano la fisica, irridono le geometrie, spernacchiano le bisettrici. Umberto Saba avrebbe scritto di Stefano Tacconi: “Il portiere caduto alla difesa ultima vana, contro terra cela la faccia, a non veder l’amara luce”. Napoli uno, Juventus zero. E Pecci, passator cortese, re della strada, re della foresta.

Avanti un altro. Il 4 dicembre 1994, la Juventus di Marcello Lippi ribaltava la Fiorentina di Claudio Ranieri da 0-2 a 3-2. Alessandro Del Piero trasformò la pantofola destra nella lama di Edoardo Mangiarotti. La stoccata non lasciò scampo a Francesco Toldo. Venne giù lo stadio. Ci guardammo attorno, disorientati. Cominciò la caccia a colui che gli aveva suggerito il pretesto, non oso dire l’idea. Il milite ignoto che aveva alzato dal gesso laterale, e dal cielo, quel campanile. Alessandro Orlando. Friulano di Udine, ex Milan. Un giovanotto di 24 anni. Terzino sinistro, la carriera come una mappa. A Torino ballò una sola stagione: l’archivio gli doveva un piccolo risarcimento.

L’8 dicembre 1966 nacque il gollissimo di Sandro Mazzola al Vasas, a Budapest in Coppa dei Campioni (poi persa dall’Inter a Lisbona, con il Celtic). Prese palla, Mazzolino, e scartò mezza Ungheria. Non tirava mai: più lo si invitava (dalla tribuna, dai salotti, dai bar: tira, tira), più dribblava. Finalmente si degnò. Di sinistro. Alla Sivori. In un caso del genere, può far sorridere la smania di risalire al “postino“: era stato Gianfranco Bedin, una vita da mediano prima che irrompessero il Liga e Lele Oriali.

Era il 25 giugno 1988 e l’arena, Monaco di Baviera. Finale dell’Europeo, Olanda due Unione Sovietica zero. Nei secoli, la ricorderemo come la Betlemme di Marco Van Basten, una volée di destro, arcuata, da posizione impossibile e, sul piano balistico, intraducibile. Non glielo portò la cicogna, il fagottino della parabola. Veniva dal lato mancino ed era stata disegnata da Arnold Muhren, non proprio un centrocampista di primo pelo. Di sinistro, a piede aperto. Sorvolò l’area intasata, il re batavo ebbe tutto il tempo di pensare cosa «non» fare e cosa Rinat Dasev pensava che avrebbe fatto. Per fortuna, assecondò l’istinto. I fuoriclasse sono così, hasta l’acrobazia siempre.

Maradona, ancora, e la sua Inghilterra malvinizzata. Polvere da sparo, il mondo in palio. Città del Messico, quarti di finale, 22 giugno 1986. La mano de Dios, certo, ma poi Dios e basta. Dalla trequarti argentina al domicilio di Peter Shilton. Fuori uno, fuori due, fuori tre. Un inno al gesto, al calcio, a tutto. Fino all’erezione dello sparo e all’orgasmo della rete che si gonfia.

Ma chi era stato il suo Sancho Panza? Un certo Héctor Enrique, detto «El Negro», gregario di vocazione. Un tocco pigro, perché scelse il destinatario più comodo. Ci voleva un genio per ricavarne un capolavoro. Lo trovò: Diego.

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