Ode per Dieguito

Dieguito ci sei tu, sempre, nel nostro struggente ricordo, nella memoria che ti rivede in campo: danzare al ritmo di una canzone e di una infinita meraviglia.

Dieguito
Articolo di Darwin Pastorin08/09/2021

C’è un ragazzino, Dieguito, che sta giocando a pallone
nella piazza di una grande città del Nord,
ha la maglia del Napoli dei tempi tuoi,
il numero 10 sulla schiena e a ogni colpo di tacco, a ogni dribbling riuscito urla al cielo rinnovato di questa estate ai confini “Io sono Maradona, io sono Maradona!”, e la sua allegria si porta dietro l’azzurro di tutti i mari.

Ti ha conosciuto, Dieguito, attraverso i racconti
dei genitori e dei nonni,
gente venuta in questa città antica e nobile a cercare futuro e serenità all’epoca della Fabbrica.
La loro nostalgia era fatta di isole e di vento,
di canzoni che si alzavano per i vicoli, della carezza leggera di madre.

E a quel bambino oggi ragazzino 
raccontavano, ancora stupiti, ancora commossi,
le tue prodezze, di quando Napoli diventò il centro del mondo: grazie a te scugnizzo di Buenos Aires,
sorriso a girasole, sinistro che era musica e poesia,
retaggio di un tempo senza tempo.

Furono giorni di festa, stagioni di utopie realizzate,
eri la gioia di una città, Dieguito, e l’invidia dell’universo.
Sei stato il mio Borges della pelota,
tu nei tuoi labirinti e nei tuoi universi paralleli,
tu con la tua infinita classe di calciatore e la tua fragilità di uomo, tu a scrivere il più incredibile, meraviglioso, assurdo poema calcistico.

No, non sei andato via, Dieguito nostro:
quel ragazzino sei tu, perché niente e nessuno potrà mai cancellare i sogni che hai regalato,
sei tu ogni volta che un pallone torna a farsi bellezza, mito e splendore.
Sì, ogni volta rinasci: in campi di periferia, ai margini di grattacieli, in terre di disperazione e futuro, di rabbia e speranza, sei in ogni corsa e rincorsa dei bambini, in ogni finta riuscita.

In ogni gol, in ogni abbraccio,
sei la nostra gioia, la nostra malinconia, il nostro pianto e rimpianto, il riscatto degli umili, sei il pane in tavola, acqua fresca di fonte.

Quel ragazzino, Dieguito, sta ora tornando a casa,
è sudato, contento: c’eri tu a prenderlo per mano,
a dirgli “bravo!” a ogni suo tiro.
Ci sei tu, sempre, nel nostro struggente ricordo, nella memoria che ti rivede in campo:
danzare al ritmo di una canzone e di una infinita meraviglia.

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