“Nessuno come lui”. Ancelotti bravo, ma non santifichiamolo

Improvvisamente, Ancelotti. L’unico ad aver conquistato lo scudetto nei cinque campionati più "cool" d’Europa. Calma, però, con la vaselina.

AncelottiFoto Mosca
Articolo di Roberto Beccantini09/05/2022

© “ANCELOTTI” – FOTO MOSCA

Improvvisamente, Carlo Ancelotti. «Nessuno come lui». Eravamo fermi a Pep Guardiola, a Jurgen Klopp e, scendendo giù per «gli antichi rami», ad Arrigo Sacchi. Che di Carletto fu tutore inflessibile. Con il Real ha vinto la Liga, ha ribaltato Paris Saint-Qatar, Chelsea e Manchester City in Champions. A rete unificate: Carlo V. L’unico ad aver conquistato lo scudetto nei cinque campionati più «cool» d’Europa: serie A (Milan), Premier (Chelsea), Ligue 1 (Paris), Bundesliga (Bayern) e, appunto, Liga (Real).

Calma, però, con la vaselina. Se spulciamo i nomi dei club, proprio di fronte a dei Leicester o a dei Verona non ci troviamo. A peones, voglio dire, capaci di sovvertire l’ordine costituito.  Un po’ quel Chelsea, forse. Non certo il Paris, otto titoli su dieci (e uno dei due persi, nel 2012 a favore del Montpellier, proprio da Carletto). Meno che mai il Bayern (dieci su dieci). Per tacere della Casa blanca, al 35° «aliron» (da all iron, letteralmente tutto ferro, il grido dei minatori britannici che, nei Paesi Baschi, annunciavano la lieta novella). Se mai, sono le Champions a fissare i confini della sua Grandezza: tre da allenatore (Milan 2003 e 2007, Real 2014) e due da giocatore (Milan 1989, 1990). La «bella» di Parigi con il Liverpool, il prossimo 28 maggio, sarà la quinta da mister. Del resto, l’aveva scritto in un libro: «Preferisco la coppa» (con Alessandro Alciato, editore Baldini & Castoldi).

Al Napoli, Aurelio De Laurentiis lo licenziò (sbagliando) dopo una stagione e pochi spiccioli. All’Everton, si smarrì. I fuoriclasse aiutano, e come. La sua forza è la normalità: come ha scritto Filippo Maria Ricci sulla «Gazzetta», ricorda il placido Don (Vicente Del Bosque) più che i profeti invasati che spesso citiamo per darci un tono. Al Milan, comunque, s’inventò l’albero di Natale pur di far coesistere Clarence Seedorf, Manuel Rui Costa, Andrea Pirlo e Kakà dietro ad Andrij Shevchenko. E contro il City, nel tentativo estremo di opporsi alla brutalità del pronostico, ha avuto il coraggio di richiamare i capi-tribù – Luka Modric, Toni Kroos, Casemiro – e sguinzagliare tre cuccioli, Rodrygo (classe 2001), Marco Asensio (1996), Eduardo Camavinga (2002). La doppietta di Rodrygo e il rigore di Karim Benzema non solo rovesciarono il gol di Riyad Mahrez, ma offrirono a noi scribi nuovi fiocchi per agghindare la saga del Bernabeu.

Ancelotti ne ha viste troppe, per sentirsi «troppo». Pratica un calcio che rispetta l’alieno (Cristiano Ronaldo) senza mortificare o imprigionare gli arrotini: a patto che abbiano palle e stoffa. Spalla di Arrigo in Nazionale, gli rubò le nozioni basiche, salvo poi mollarne il monoteismo ossessivo. Mai stato un manicheo, Carlo: è un cerchiobottista di successo, che se ne frega delle guerre di religione. Ci sguazza. È un casco blu che tronca di qua e sopisce di là, fedele all’idea che sono i giocatori a fare la differenza, non i sedicenti geni della lavagna, ai quali, non a caso, preferisce gli orecchianti che non fanno danni, e in essi si arruola. Conosce la futilità del mondo. Quando le cose vanno bene, il figlio del tecnico (Davide) e il genero (Mino Fulco) sono il vice e il nutrizionista. Quando vanno male, come in Baviera, il vice torna il figlio del tecnico e il nutrizionista, suo genero.

Ultima cosa. Il dossier Calciopoli. L’aveva tirato fuori già nel 2006, l’ha rispolverato nel salotto di Jorge Valdano. «Mi sembrava giusto ripulire il calcio italiano». Per carità. Ma da pastore della Juventus della Triade (febbraio 1999-giugno 2001) non si era accorto di nulla? Arrivò due volte secondo dietro a Lazio e Roma, sotto il diluvio di Perugia e la scorciatoia manzelliana di Passaportopoli. Se ne lagnò con Luciano Moggi, mica si lagnò di Moggi. Vergognosi gli ultras a dargli del maiale, ma perché quelle denunce solo in «differita»?

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