Cagliostri, stregoni, ginnasiarchi: da Arcelli a Pincolini viva la cultura abbasso il culturismo

ll nostro Roberto Beccantini celebra l'evoluzione della preparazione atletica nel calcio, evidenziando figure come Pincolini, Ventrone, Pintus e vari metodi innovativi.

Pincolini
Articolo di Roberto Beccantini09/09/2024

In principio fu Enrico Arcelli. Al Varese, con Eugenio Fascetti e Beppe Marotta. Un secolo fa, la preparazione fisica era folclore: il ritiro in collina, le passeggiate, il cronometro sentinella e non ancora tortura. Gian Piero Ventrone è stato il sergente Emil Foley di «Ufficiale e gentiluomo». Prima alla Juventus, quando Antonio Conte giocava, e poi al Tottenham, quando Conte allenava. Antonio Pintus cura i muscoli del Real Madrid. Dunque, i muscoli più europei, più mondiali. Lo segnalò Zinedine Zidane; Conte se lo portò all’Inter, e fu scudetto; ma al Bernabeu non si comanda, e rieccolo là, alla Casa Blanca con Carlo Ancelotti. E giù altre Champions.

I gradoni di Zdenek Zeman; le zingarate di Eraldo Pecci che faceva l’autostop per accorciare l’agonia delle marce, di nascosto dal mister di turno. Tirocinio atletico, palestra, laboratorio,  attenti – nel dosare quantità e qualità – a non scivolare sulla buccia del doping, «eccitato» dall’obesità dei calendari.

I 70 anni di Vincenzo Pincolini sono l’inno al corpo «sciolto»,  tornito ma non gonfiato. Di Fidenza, culla di Gene Gnocchi, e due maestri fuori catalogo: l’Arcelli di cui sopra e Carlo Vittori, il demiurgo di Pietro Mennea e, a Firenze, la «stampella» di Roberto Baggio. Ostacolista, laureato in Scienze motorie, la vita come una missione e la carriera come perenne evoluzione. Cilicio e circo. Con Vincenzo a tritare la ciccia delle rose, in puro stile West Point: e pazienza se gli olandesi – Ruud Gullit, Marco Van Basten, Frank Rijkaard – si guardavano straniti, prigionieri di un regime così lontano dal loro, tutto anarchia e fantasia.

A Luca Castaldini di «Sportweek», ha negato che, a Milanello, si praticasse il lavaggio del cervello. Una fatica bestia, e stop. E le spie? Non gliene poteva fregar di meno. Però Arsène Wenger si fermò undici giorni. Detesta il posto fisso, nel senso geografico del termine, e anche per questo ha deciso di seguire Paolo Nicolato in Lettonia, lontano dai cuori ma non dagli occhi: o viceversa, a seconda delle esigenze e delle competenze.

Da milanista, allenò di straforo Gianluca Vialli. Non si dà arie, con Arrigo Sacchi ha scolpito l’epopea del Diavolo berlusconiano e puntellato l’avventura americana del Novantaquattro, il Mondiale delle lacrime, delle saune e dei crampi, con partite a orari scandalosi ma già all’epoca il business era business, e quindi bisognava far finta di niente; o dare addosso a Joao Havelange, come osò Diego Armando Maradona a suo rischio e pericolo (e non è una metafora).

Ai tempi di «quel» Milan, le squadre di serie A oscillavano tra sedici e diciotto; e questo, confessa Pincolini, fu una grande botta di sedere. Si poteva torchiare in santa pace. La Champions si chiamava ancora Coppa dei Campioni e nel doppio trionfo 1989-1990 Franco Baresi e c. arrivarono a totalizzare non più di 18 gare, 9 più 9. Tanto per rendere l’idea: il Milan di Ancelotti, nella stagione 2002-2003, ne collezionò addirittura 19. Dai preliminari con i cechi dello Slovan Liberec ai vittoriosi rigori di Old Trafford con la Juventus.

Ha lavorato a Kiev, a Mosca. Mens sana in corpore sano, per dirla con i vecchi saggi della tribù. Dagli eccessi scenici del Vate fusignanista, con il quale sin da Parma ebbe storie tese, alla flessibilità aziendale di Fabio Capello. Fino agli anni Settanta  facevano tutto l’allenatore e il suo vice. La scienza ha imposto accelerazioni vorticose. Sono atterrati i Cagliostri. Gli stregoni. I ginnasiarchi. Pinco è un mondo a sé, fedele di pancia a una battuta di Alessandro Bergonzoni: «L’uomo è in pericolo? No, l’uomo è il pericolo». E allora, sempre di corsa, sì, ma patti chiari: viva la cultura, abbasso il culturismo.

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