È sempre viola il crepuscolo che accompagna i sogni scudetto del Napoli
Da uno scudetto perso in albergo ad un altro smarrito sul prato di una giornata da scampagnata, sullo sfondo un cielo viola, è quello che accompagna al crepuscolo i sogni di gloria.

© “FABIÀN RUIZ” – FOTO MOSCA
Da uno scudetto perso in albergo ad un altro smarrito sul prato di una giornata da scampagnata, sullo sfondo un cielo viola, è quello che accompagna al crepuscolo i sogni di gloria. Dal Franchi, correva l’anno 2018, al franco 3-2 di Fuorigrotta, che ha visto il Napoli arrendersi alla Fiorentina, senza troppe resistenze, proprio come all’epoca. Alla vigilia si parlava di uno stadio che avrebbe avvolto gli uomini di Spalletti come un mantello di un supereroe, al triplice fischio, sappiamo che mantello è stato, ma dell’invisibilità come accade ormai troppo spesso tra le mura amiche – nemiche -: sono cinque le sconfitte in casa sulle sei totali stagionali.
Il Napoli ha perso. Ha perso un’occasione. Ha perso un pezzo di tricolore, un pezzo di storia. Ha perso sul campo. Perché possiamo scomodare gli errori di formazione, i difetti di personalità, e tutte le mancanze che servirebbero a trovare una giustificazione buona, ma, in realtà la sconfitta è maturata per la causa più naturale e più semplice del calcio: l’inferiorità rispetto agli avversari nei 90’ secchi.
La Fiorentina ha preso tre punti – si è ripetuta dopo l’exploit corsaro di Coppa Italia – e li ha meritati tutti. Il Napoli si è inceppato, ancora, non ha girato, e l’avaria ripetuta restituisce la sensazione che quando ha da fare la partita non ci riesce fino in fondo. Resta una squadra estemporanea, di rimessa, di folate, di sacrificio, ma manca di completezza, forse consapevolezza della propria identità, come se fosse capace di ritrovarla a pezzi ma mai tutta insieme. È il Napoli di Spalletti è vero, ma se fosse un Visconte, sarebbe dimezzato, per le due facce e per il modo di stare in campo, con i reparti lontani, con tante piccole solitudini, come quella di Osimhen, sempre più al centro del progetto e, allo stesso tempo, corpo estraneo. Il nigeriano se la canta e se la suona, quando i compagni si dimenticano gli strumenti, invece, di dargli le note e i palloni. Oggi ne ha toccati 29, ha fatto quello che ha fatto, pensate ne avesse avuti di più.
Pensava di non averne mai più di giornate così Italiano. Ha trionfato a Fuorigrotta con lo Spezia, poi in Coppa. Alla vigilia credeva di essere preso a pallate e, invece, le ha servite. Lezione d’Italiano scrivono quelli bravi, ci limitiamo a dire che di certo ha fatto bene i compiti in settimana in quel del Campini.
I viola hanno giocato un calcio contemporaneo e verticale, spregiudicato e coraggioso. Sono stati un Pollock se messi a confronto con la natura morta orizzontale azzurra. La Fiorentina ha accettato di giocare uno contro uno, ha piazzato a turno uno tra Milenkovic e Igor su Osimhen, è andata sempre alle spalle di Fabiàn e Zielinski e poi ha capito. Il Napoli temeva i triangoli terzino-mezzala-ala avversari e soprattutto gli inserimenti dei centrocampisti e allora ha stretto tanto le maglie difensive, lo spazio esterno poteva essere occupato con foga e cosi è stato. La sconfitta è nata lì nello scarto tra un’attitudine conservatrice ed una progressista, tra la disattenzione e la furbizia. È nato lì il gol di Gonzalez (dello 0 a 1), quello di Ikone (1-2) e la rete finale di Cabral (1-3).
È stata una partita di scacchi e in questo caso il mago non è stato di certo Spalletti. Ha messo bene in campo i suoi, l’inizio è stato dei migliori, avrebbe potuto segnare subito con Osimhen prima, poi con Insigne. Avrebbe potuto straripare sugli avversari. Ma, ecco, avrebbe, perché non è stato cosi. Il piano gara che sembrava poter far saltare il banco è durato poco, meno di un quarto d’ora, meno di una Viennetta lasciata su un muretto al sole d’Agosto.
Il Napoli è stato un temporale estivo e la Fiorentina ha dovuto fare poco più che aprire l’ombrello. Poi ha tirato la mano fuori e si è accorta che non pioveva più, così è uscita. Ha vinto tutti i duelli, ha messo una bandiera in mezzo al campo, come fecero gli americani sulla Luna.
Ha provata a reindirizzarla il tecnico di Certaldo dopo lo svantaggio, inserendo Lozano (al 46esimo) e Mertens (al 55esimo). Questo ha portato compagnia ad Osimhen e si è visto: due scatti serviti, un gol sfiorato e poi l’assist proprio per Ciruzzo che ha pareggiato i conti. Lì credevamo la partita esplodesse a favore di un’onda azzurra. Era un’onda dolce, Italiano l’ha vista da lontano e ha preso il surf: ovvero Ikone. Il francese ex Lille ha segnato dopo 4 minuti dal suo ingresso con un colpo di fioretto e dopo altri sei è arrivato il machete. Cabral ha trafitto una difesa in versione “Che disastro Bridget Jones” per l’uno a tre. Si è arenata la spinta azzurra, nonostante un colpo di coda, bellissimo, di Osimhen (2-3). Una fotografia.
Una fotografia come quella del Napoli che esce a testa bassa, sapendo che nulla è più tra le sue mani, perché le ha, le mani, bucate. Tutto è finito, o forse nulla, è finito. Il treno passa una volta ma questa benedetto vagone tricolore viaggia a velocità ridotta e fa fermate inaspettate come questa al Maradona.
