Razzismo da Zoro a Lukaku: tocca a noi il primo passo, non agli altri (troppo comodo)

Il razzismo è la violenza dell’ignoranza, aggravata dagli istinti più bassi del fanatismo. Il nero è nero soprattutto se avversario.

Articolo di Roberto Beccantini10/04/2023

©️ “LUKAKU” – FOTO MOSCA

«Non è il calcio che fa schifo, signori. Facciamo schifo noi», tuonava Maurizio De Giovanni su «La Stampa» del 6 aprile. Si riferiva al Far West di Juventus-Inter, con i buuu razzisti a Romelu Lukaku – la cui replica non mi sembrò né oltraggiosa né scandalosa – e la scazzottata tra Juan Cuadrado e Samir Handanovic. Concordo. Il problema siamo noi.

Il razzismo è la violenza dell’ignoranza, aggravata dagli istinti più bassi del fanatismo. Il nero è nero soprattutto se avversario. Nemmeno a Verona, città dalla curva storicamente calda, hanno mai fischiato un gol «di colore». Mai. Solo, eventualmente, se «di colore» era l’avversario. Nel giugno del 1992 la Lazio di Sergio Cragnotti reclutò Aron Winter, olandese del Suriname, scuro di pelle e di origini ebraiche. Giocava nell’Ajax. I più invasati lo accolsero con tanto di scritte anti-semite e svastiche. Fu il suo rendimento, in campo, a sancire la pace.

Pensare che siano sempre gli altri a dover cominciare ci spinge lontano dalla soluzione. Quando scoppiò il caso dell’ivoriano Marco André Zoro, durante un Messina-Inter del novembre 2005, Giacinto Facchetti si scusò ma Massimo Moratti escluse il razzismo. La gazzarra, secondo lui, era rivolta alla persona. Salvo cambiare idea il giorno dei cori dedicati a Mario Balotelli.

Se la bonifica non parte da noi, da un atto forte e chiaro nei confronti di coloro, fratelli di tifo, che hanno profanato il confine del bene e del male, sarà difficile venire a capo di un flagello che riguarda il mondo, ma che in un Paese pericolosamente di destra come il nostro trova più benzina e più cerini. Sempre loro. Sempre gli altri. Troppo comodo.

Nessun dubbio che le sanzioni siano generalmente ballerine – e tali, dunque, da alimentare legittime proteste, plausibili dibattiti – e nessun dubbio che, per questo, servirebbero magistrati più forti e indipendenti. L’interista grida al complotto rammentando gli insulti a Kalidou Koulibaly, costati la chiusura di San Siro per due turni. Lo juventino si ribella alla squalifica parziale del suo covo – da scontare contro il Napoli, non sia mai – pensando alla «condizionale» garantita alla Lazio per episodi (quasi) analoghi.

Quanti pesi e quante misure. Dare dello «zingaro» a Filip Kostic e a Dusan Vlahovic non ha smosso reazioni e titoloni; i buuu a Moise Kean a Cagliari passarono in cavalleria, mentre quelli a Lukaku hanno fatto giuristendenza. Tutti i neri sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri, avrebbe chiosato George Orwell. Pochi, pochissimi, guardano in casa propria prima di sbirciare nei bivacchi altrui. La Juventus, proprietaria dello Stadium, ne ha già beccati due, di «strilloni». E uno è minorenne: la sconfitta più cocente. «Con l’esempio che ci viene dall’alto, perché stupirsi del marcio che c’è in basso», ammonisce Wole Soyinka, drammaturgo, poeta e scrittore nigeriano, premio Nobel per la letteratura nel 1986.

L’Italia è un pugno di campanili che diventa spesso un pugno nello stomaco. Vero: sono minoranze, i razzisti e i teppisti, ma una minoranza qua e una là, sommate, fanno una pericolosa maggioranza. E allora non si può non risalire all’incipit e al dovere di precedenza. Pronti a sopportare potenziali ingiustizie pur di eliminare la piaga. E suggerire – non «agli» juventini, ma «da» juventini – di revocare la squalifica al belga. Figuriamoci. La scalata è ancora lunga, e le piccozze sono fragili, faziose.

Ci ho provato, non ce l’ho fatta. Tocca alla nuova generazione di giornalisti. «Partendo dall’io, anche se non sempre è la voce di Dio», commentavo su queste colonne il 18 ottobre 2021. Forza e coraggio, sarà impossibile fare peggio.

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