Ibra, un fuoriclasse con il tallone d’Achille

No, non si può abbandonare Zlatan Ibrahimovic così, su due piedi. Ibra è stato un fuoriclasse, metà Nureyev e metà Al Capone.

Articolo di Roberto Beccantini12/06/2023

No, non si può abbandonare Zlatan Ibrahimovic così, su due piedi. Ibra è stato un fuoriclasse, metà Nureyev e metà Al Capone. Già le radici ne incarnano la vocazione. Di Malmö, Svezia, figlio di padre bosniaco e madre croata, cresciuto nel ghetto di Rosengard, là dove si viveva per rubare e si rubava per vivere. L’ossessione dei sogni, i sogni dell’ossessione: brutte bestie.

Il 3 ottobre compirà 42 anni. Mercenario di tacco e spada, è stato di troppi, per restare di qualcuno. In ordine: Malmö, Ajax, Juventus, Inter, Barcellona, Milan, Paris Saint-Germain, Manchester United, Los Angeles Galaxy, ancora Milan. Deve al fiuto di Mino Raiola una carriera che non ci ha mai lasciato freddi. A spanne, Zlatan è stato la proiezione scultorea di Van Basten, un «centro» di 1,95 (per 95 chili) che, all’alba dell’avventura, considerava il gol superfluo e tutto il resto indispensabile. Fu Fabio Capello, nel biennio sabaudo, a farglielo presente. Cambiò.

Un «nove» e un «dieci» a seconda delle esigenze e delle preferenze (sue), dall’ego che la padronanza degli strumenti ha reso debordante. Lasciò l’Inter dopo averla rimpinzata di gol. Aveva voglia di Champions. Avrebbe fatto meglio a restare. Con il Pep, al Barça, non legò. Troppo lontani, come religione: il parroco officiante, Guardiola, e il chierichetto che si sentiva già papa. Nonostante quel diavolo di Leo Messi.

Le rughe e le cicatrici lo hanno trasformato in una sorta di totem. Fu lui, Ibra, a gettare le basi dello scudetto milanista, spalleggiando Stefano Pioli e torturando i poveri di spirito dello spogliatoio. Atleticamente e tecnicamente, tutto: i piedi, la testa, quei volteggi e quelle torsioni che il taekwondo gli aveva inculcato.

Come ogni Achille che si rispetti, aveva il suo tallone. Mai la Champions; e non appena dai gironi si passava alle sfide secche, ecco investirlo una sorta di nemesi, mai o quasi mai che riuscisse a forzare il destino, forse perché sbruffone o forse perché non così ferreo, di nervi, come la letteratura ci ha insegnato e consegnato. Di solito, aiutava gli altri. Ispido di carattere, drastico nei giudizi. Non nelle coppe, però. Là dove le responsabilità lo aspettavano al varco e lo facevano prigioniero.

Non una mitragliatrice alla Cristiano. Non un dribblatore come Ronaldo il fenomeno. È stato il cowboy che entra nel saloon sbattendo la porta e offre da bere per tutti, se gli gira; e se non gli gira, spara. Di stagione in stagione, ha allargato i confini del regno, ha invaso la moda e i modi pur di restare alla moda, ha scritto e suggerito fior di biografie.

È diventato un marchio, restando il monello che era da ragazzo, il naso come torre di controllo e la stazza di un cyber-moschettiere, adeguato ai tempi e ai templi. Felici, noi cortigiani, di poter servire un nuovo padrone.

Ci ha regalato gol in acrobazia e di destrezza, di tacco e di stacco, di piedi e di testa (non molti), gol che stappavano emozioni o moccoli in base al tifo. Era nei calci di rigore che, d’improvviso, tornava umano, fallibile. Uno di noi. Non più il noi che avremmo sognato.

In «Il segno rosso del coraggio» Stephen Crane scrive: «Un profeta serio, quando predice un’alluvione, dovrebbe essere il primo ad arrampicarsi su un albero». Ibra ne ha predette così tante, di «alluvioni», che avrebbe avuto bisogno di una foresta. Ha scelto San Siro. La sera di domenica 4 giugno. Ultima di campionato. In bilico perenne tra Io e Dio come sempre gli è piaciuto millantare. Un po’ bruto, a volte, mai Bruto. Era lui, Cesare. Ibra. Le sue lacrime del Meazza le ricorderemo come la pioggia che va. E ritorna il sereno: forse.

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