Studiare calcio: lo “schiaffo” di Pep Guardiola a tutti i “ladri di idee”

Millantare è specialità di troppi; studiare, capacità di pochi. Walker mediano, falso nueve, terzini di spinta e tagli: Guardiola sfoglia l'almanacco del calcio.

Articolo di Roberto Beccantini13/03/2023

Secondo Fabrizio Caramagna, torinese e gran cacciatore di aforismi, «Ci sono quelli che imitano solo perché vedono gli altri imitare. Si conformano a imitare gli imitatori». Ecco. Fu così, in Italia, durante le stagioni del Guardiolismo più spinto. Tutti incinti del tiki-taka: e se il risultato premiava la riffa dell’episodio, evviva comunque. L’evoluzione tattica del calcio è come un armadio, per muovere il quale, anche di un solo centimetro, servono lustri, urgono «ladri».

Ed è proprio il guru del Manchester City la miccia di queste note. Cito dalla «Gazzetta dello Sport» di sabato 11 marzo: «Io non ho inventato niente. Quello che facciamo lo facevano già i padri fondatori del football». È successo che Pep abbia avanzato un terzino, Kyle Walker, sulla linea mediana, in maniera da ripristinare, mutatis mutandis, il 3-2-2-3 che, a metà degli anni Venti, Herbert Chapman scolpì nell’Arsenal. Lo chiamammo «Sistema» o «WM», in contrapposizione al «Metodo» – da cui «centromediano metodista» – con il quale l’Italia di Vittorio Pozzo si sarebbe laureata bi-campione del Mondo nel 1934 e 1938.

Millantare è specialità di troppi; studiare, capacità di pochi. Il falso nueve, rilanciato in bello stile da Leo Messi nel Barça guardiolesco, risale all’Ungheria di metà Novecento, quella che salì a Wembley e polverizzò per 6-3 l’Inghilterra di Walter Winterbottom (maccheronicamente, «sedere d’inverno»). Nandor Hidegkuti, centravanti-civetta, arretrava: così facendo, lasciava area al sinistro di Ferenc Puskas e aria alla testina d’oro di Sandor Kocsis. In Catalogna, non si rinculava: ci si allargava. Da Thierry Henry a Samuel Eto’o a David Villa. E così la Pulce, arrivando da dietro, seminava panico e birilli.

Ma restiamo ai terzini. Non più fissi lungo il gesso della riga, castrati nelle ambizioni e frustrati nelle migrazioni come in passato. Obiezione, vostro onore. Cliccate su Inter-Liverpool 3-0 del 12 maggio 1965 (ripeto: millenovecentosessantacinque), ritorno delle semifinali di Coppa dei Campioni (andata 1-3). L’azione della terza rete. Da Sandro Mazzola a Mariolino Corso, esterno mancino verso il cuore dell’area, dove era scattato Giacinto Facchetti, a suggerire il passaggio. Controllo di destro e, sempre di destro, bum. Era la Grande Inter di Helenio Herrera, che a San Siro con il Benfica avrebbe poi bissato il trionfo di Vienna 1964 (lo storico 3-1 al Real di Alfredo Di Stefano, Puskas e Francisco Gento).

Facchetti: sì, lui. Terzino sinistro di ruolo: oggi diremmo «esterno», che tristezza. Il fluidificante, per distinguerlo dal «gemello» destro, bloccato per tradizione in marcatura: pensate a Tarcisio Burgnich detto la roccia. Altro che tenere la banda: se in 475 partite di campionato Giacinto realizzò 59 gol, qualche volta si sarà pure «spostato» in mezzo, a metà campo se non, addirittura, in attacco: o no?

I «tagli» di zemaniana memoria hanno descritto paesaggi incantati. Gli orecchianti si inginocchiano rapiti, come se, in precedenza, la lavagna fosse stata arida e i maestri, pigri. Tutte balle, naturalmente. Il 7 giugno 1964, dalla pancia dello spareggio-scudetto tra Bologna e Inter, il raddoppio di Harald Nielsen zampillò da un momento che sarebbe diventato memento: il prence danese che «taglia», sorprendendo Burgnich, Romano Fogli che lo serve al bacio. Due a zero.

Quando, l’11 dicembre 1941, Benito Mussolini dichiarò guerra agli Stati Uniti, Giovanni Ansaldo, giornalista enorme, gli disse: «Duce, ma lei ha mai visto l’annuario telefonico della città di New York?» (da «I rompicazzi del Novecento» di Giampiero Mughini).

Appunto: ogni tanto, sfogliamo anche noi l’almanacco del calcio.

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