Cent’anni fa nasceva Concetto Lo Bello: l’arbitro che inventò l’arbitro

Il ricordo di Roberto Beccantini per Concetto Lo Bello, arbitro e politico siracusano che ha segnato la storia del calcio italiano.

Lo Bello, arbitro
Articolo di Roberto Beccantini13/05/2024

Cento anni fa, il 13 maggio 1924, nasceva a Siracusa l’ultimo dei tiranni: Concetto Lo Bello. L’arbitro che creò l’arbitro. Non più un semplice amministratore di piccole beghe condominiali, ma uno sceriffo con la pistola, un giudice con la pupilla torva. Un uomo solo al comando.
Il fischietto in bocca, la «cipolla» in mano, controllava il tempo e lo adeguava ai tempi. I suoi. Come il regolamento, applicato e tradotto nella lingua «madre». Quella che poi lo ha consegnato alla storia. Indro Montanelli lo ritrasse sul «Corriere delle Sera»: «Da vero guappo della grande scuola siciliana, per lui non c’è amore che valga una guerra e “cummannari è meggiu che futtiri”».
Debutto in serie A, il 9 maggio 1954: Atalanta-Sampdoria 1-1. Congedo, il 12 maggio 1974: Juventus-Fiorentina 3-1. Un ventennio, dunque: e honi soit qui mal y pense. In mezzo, un sacco di attestati e testate, metaforiche e no, a conferma di un carattere che non faceva prigionieri. Diresse la finale olimpica di Roma 1960, al Mondiale inglese del 1966 e, a Wembley, la finale di Coppa dei Campioni 1968 (Manchester United-Benfica 4-1 dts); e a San Siro, nel 1970, la «bella» fra Feyenoord e Celtic (2-1 dts).
La televisione stava gattonando, della Goal line e del Var non si parlava manco alla Nasa e, dunque, via libera al «Lobellismo»: in fuga, sempre, dai suoi più servili e goffi imitatori. Il 20 aprile 1958, si giocò Napoli-Juventus (4-3) in un’arena strapiena e fiammeggiante. Molti tifosi, per evitare ingorghi fatali, esondarono a bordo campo. Arbitrava don Concetto. Erano il suo pane, le bolge dantesche. Guai a voi, anime prave: e nessuno osò.
A fine carriera, sarebbe diventato democristiano ma in azione, no, era tutt’altro: era un «duce», come gli gridavano spesso a Firenze. Quando arbitrava Lo Bello, Sandro Ciotti raccontava di «testimoni», e non di «spettatori», dal momento che le scene del «crimine» pullulavano di indizi, di rigori sospetti, di fuorigioco ambigui. C’è stata tanta Juventus nelle sue domeniche. Il 13 dicembre 1959, al culmine di «vibranti» proteste, spinse – e, nella foga, colpì al mento – l’interista Giovanni Invernizzi. Che stramazzò, uscì, rientrò e riuscì. Per la cronaca, vinse Madama: 1-0, gol di John Charles. Il 15 marzo 1970, nella pancia della celeberrima ordalia con il Cagliari – quella che, terminata 2-2, avrebbe orientato lo scudetto verso l’isola – fece ripetere un penalty alla Goeba e Gigi Riva, imbufalito, gli ringhiò: «Mi dica cosa devo dirle per essere espulso».
Memorabile il siparietto alla «Domenica Sportiva» del 20 febbraio 1972, sulle ceneri ancora calde di Juventus-Milan 1-1. Gli mostrarono un contatto tra Francesco Morini detto Morgan e Albertino Bigon. Da rigore, senza se e senza ma. Sorrise. E si scusò: «Sì, ho sbagliato: era rigore. Ma non avevo la moviola». Ci ha lasciato il 9 settembre 1991, a 67 anni. Il figlio Rosario ha cercato di perpetuarne le impronte e la memoria, dal vivo e in libreria. Impossibile, anche perché i tempi sono cambiati e lo sbarco della tv, in combutta con l’invasione del web, ha tolto potere alle generazioni post-lobelliane.
I numeri aiutano, ma non bastano: 329 partite nella nostra «Premier», deputato dc in quattro legislature, consigliere comunale e sindaco di Siracusa, in onore della quale si adoperò perché sorgesse una Cittadella dello sport. Litigò con Gianni Rivera e Nereo Rocco, non si dimise mai da sé stesso. Adorava le baruffe, aborriva le paci: e con il Golden boy la firmò, sì, ma solo dopo essere andato in pensione. Aveva due palle così. Chissà, oggi, che tipo di reazione avrebbe di fronte a un episodio ombroso, a un collega che lo invita al Var. Minchia.

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