Luca Gotti e quel passo d’addio da signore

Qualche errore lo avrà pure commesso, Luca Gotti. Non, però, da giustificarne l’esonero. O sporcarne il passo d’addio. Splendido.

Articolo di Roberto Beccantini13/12/2021

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Non si vive di solo Pep o di solo Jurgen. Se il mercato è il viagra dei tifosi, Guardiola e Klopp sono le prede che ogni patito sogna di portare in panchina, sotto le coperte dei propri pupilli. Ma questa puntata non riguarda loro: non ne hanno bisogno. È dedicata a Luca Gotti, l’allenatore che l’Udinese ha appena licenziato. Per principio, sono contrario ai cambi in corsa. A volte funzionano, a volte no. E poi: se si caccia il tecnico, andrebbe cacciato anche il dirigente che lo ha scelto.

Scrivi Udine e pensi al Friuli e, dunque, ai brontolii di Dino Zoff, alle pipe di Enzo Bearzot, ai versi di Pier Paolo Pasolini. Terra di confine e di terremoti, di onore e di sudore, dove aprì gli occhi la tecnologia del calcio e li chiuse Davide Astori, dove dal 1986 regna la famiglia Pozzo e la società è assurta al rango di laboratorio. Corre, la memoria, alla saga di Totò Di Natale, alle lavagne incazzose di Serse Cosmi, al 3-4-3 di Alberto Zaccheroni, alla «nuvola» di Francesco Guidolin. Inno al made in Italy, in passato. Una delle meno italiane, oggi.

Gotti è stato sollevato dopo la sconfitta di Empoli. La sua Udinese mi divertiva. Ma io non pago: al massimo, mi appago. La posizione in classifica non rientrava, evidentemente, nelle ambizioni dei padroni. Luca ha 54 anni, ha lavorato con Maurizio Sarri al Chelsea, pilotava l’Udinese dal 1° novembre 2019, quando avvicendò Igor Tudor che, a Verona, si sta coprendo di gloria. Almeno lui. Uno dei pochi «cambisti» ad aver vinto la scommessa.

Luca è il buono dei film western – e, dunque, a rischio perenne di pallottola – il Garrone della tonnara calcistica. Una persona, non un personaggio. Grisaglia, non jeans sdruciti. Ha comprato una pagina del «Messaggero Veneto» per salutare i tifosi. L’ho molto apprezzato. Né testamento né testimonianza. Moti dell’anima: «Le partite di calcio si vincono e si perdono, e tutti sappiamo che vincere è bello e importante, ma è importante anche come ci si comporta vicino a quella maglia, con dedizione al lavoro, serietà, compostezza, unità, rispetto, ma anche orgoglio e caparbietà. Io ci ho provato, qualche volta mi è riuscito e qualche volta meno, però ci ho provato».

Rodigino di Adria, Gotti ha lasciato l’Udinese al quattordicesimo posto, 16 punti, sei sopra la zona retrocessione. Con quelle rughe sapienti e immanenti alla Clint Eastwood, fin troppo composto per i criteri selettivi e rissaioli dei nostri bordelli, le sue interviste non erano trattati di scienza infusa (o sfusa, a seconda del grado di lecchinaggio che lega il giornalista al mister); erano chiacchiere serene, familiari, senza l’accesso all’enfasi che per molti di noi, e non solo per molti di loro, riassume e incarna la volata al pronto soccorso.

Luca è un carro attrezzi, e non si è mai vergognato di esserlo. E proprio per questo aveva garantito che non avrebbe fatto l’allenatore. Convinto, lo fece. E, spero, lo farà ancora. Potrà pur sempre raccontare di aver bloccato, ad agosto, la Juventus dell’ultimo Cristiano Ronaldo e di aver ammirato, a settembre, un Napoli capace (allora) di uno strepitoso 4-0. A Udine, i mercati sono spesso «sliding doors», i bilanci impongono sacrifici e riffe, il fiuto degli esploratori diventa cruciale. Come il naso dell’allenatore e del suo staff.

Lavorare alla periferia dell’impero significa godere d’incerta stampa. Né basta la bontà d’animo per andare «oltre». Qualche errore lo avrà pure commesso, Luca Gotti. Non, però, da giustificarne l’esonero. O sporcarne il passo d’addio. Splendido.

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