Miti

Un viaggio tra gli idolatrati miti del pallone fino ad arrivare all'ultimo Mancini, spogliato dall'abito della festa dopo la Svizzera.

mancini
Articolo di Luciano Scateni14/11/2021

© MANCINI – FOTO MOSCA

Che diavolo c’entra l’idolatria dei maschi sedotti dall’irresistibile appeal di Sonia, Helen, dive con numeri record di follower, e la consacrazione dei fanatici fans, fervidi ammiratori di “X”, “Y”, esponenti rinomati del dio pallone? Poco, molto, niente. Forse una via di mezzo è il “molto”. In ogni caso, guai a mitizzare chi ti osserva sorridente dal poster posto nel tuo campo visivo, collocato strategicamente sulla parete dirimpettaia della postazione computer, dove trascorri almeno un paio di ore al giorno. L’estemporanea infatuazione per la statuaria bellezza di una star può tramutarsi in delusa avversione: lo raccontano i patinati settimanali zeppi di gossip dalla copertina all’ultima pagina. Con malizia rivelano che la star in fiore dei tuoi sogni erotici nasconde la sua rispettabile età, la camuffa con appropriati ritocchi dell’ultima versione on line di photoshop e con il miracoloso maquillage del “poi” dei visagisti, che liberano viso e corpo di femmine con il vezzo di piacere in eterno, di rughe, peli superflui, antiestetica cellulite, imperfezioni cutanee e altri insulti del tempo. Analogo incanto cattura i “patiti” dello sport, di tutti gli sport, delle freccette, del tiro alla fune e se fosse ammesso ai cinque cerchi di Olimpia, della corsa nei sacchi o di palla prigioniera. Diventano idoli, totem, icone, per merito, o demerito di giornali e giornalisti, seguitissimi influencer.

Finora abbiamo viaggiato nel possibile di un’analisi del tutto teorica, eppure non molto distante dalla realtà, tangibile, sostenuta da un’ampia mole quotidiana di cronache, commenti, interviste, immagini, indiscrezioni e perché no, di cicalecci fantasiosi. Insomma, il potenziale invasivo del calcio si nutre di miti, taluni santificati: Pelé, Di Stefano, il superman Lev Jasin, portiere miracolo della Russia, il napoletano-svedese Jeppson, ‘mister banco di Napoli’, l’olandese Cruijff, i loro successori, Maradona, Messi, Ronaldo. Altri beatificati sono noti timonieri di barche famose: Pozzo, ct dell’Italia in epoca fascista, più tardi Helenio Herrera, inventore del “catenaccio”, Boskov, Zeman, Bearzot, il gentleman Ranieri, Guardiola, Jurgen Klopp. Più di recente sono emersi dall’anonimato Conte, Benitez, Zidane, Ancelotti. Nella galleria dei maestri del calcio provano ora a fare capolino i nuovi miliardari della categoria, titolari di curricula sontuosi, ma sempre sotto esame, invitati con garbo, ma con decisione a legittimare ingaggi e contratti leggendari. Alla ribalta ecco Allegri e Mourinho, dalle stelle alle stalle in un niente, vittime del proprio mito, di eccessi di visibilità dovuta non solo al mestiere di “signori” della panchina. L’osanna del tifo giallorosso, iper eccitato all’arrivo del messia portoghese è durato il tempo di un paio di disastrose débacle della Roma, che il focoso coach ha imputato ai giocatori, con un comportamento molto simile a quello del comandante di una nave che si arena per sua responsabilità su una secca, regolarmente segnalata dalle carte nautiche, perciò imputato per un errore di estrema gravità che scarica sull’equipaggio. Non si discosta molto l’atteggiamento sussiegoso di Allegri, inseguito notte e dì dai media del gossip, distratto dal compito primario di ottimizzare un sontuoso organico di calciatori.

Questa intrusione nel tempio del pallone precede la benevola, non per questo bonaria imputazione per l’uomo della provvidenza, il bel Mancini, che i media hanno posto su un alto piedistallo, con una corona d’alloro sul capo ben pettinato, in atto di benedire il popolo dei patriottici tifosi della nazionale. Una serie di circostanze favorevoli, anche la modestia di gran parte delle avversarie ha favorito la fama di squadra con il tricolore in petto bella da vedere, prolifica, gagliarda, giovane, spericolata, compatta…vincente. Il CT ha lasciato che lo coccolassero, ha risposto con accattivanti sorrisi a lodi e congratulazioni, ha pronosticato per la sua nazionale un radioso futuro. A ruba i suoi poster. Ma è bastata una Svizzera di qualità da sei + per svestire il “macho” dell’abito della festa, ma non gli ha insegnato a commentare la propria regia e le prestazioni degli azzurri con misurata autocritica, modestia, coraggiosa lealtà. Anche dopo la prova scialba dell’1 a 1 con la squadra elvetica ha continuato a interpretare il ruolo di super allenatore incappato in una parentesi non fortunata, “che nulla toglie all’alto valore di questa nazionale”. E allora? Allora la nostra opzione privilegia i poster di Sarri, sceneggiatore del calcio che regala spettacolo, anti mito, uomo saggio, di poche parole e dignitosa riservatezza, privo di enfasi, laborioso tessitore, a bordo campo in tuta come un capo reparto della classe operaia che fa muovere il pallone con i piedi, ma come suggerisce la testa.

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