Ricordo di Giuliano Giuliani, che parò, sbagliò e (troppo) pagò

giuliani

Il 14 novembre 1996 moriva, all’ospedale Sant’Orsola di Bologna, Giuliano Giuliani. Il portiere più vincente nella storia del Napoli, come certificano, in ordine cronologico, la Coppa Uefa del 1989 e lo scudetto del 1990. Aveva 38 anni. Primo calciatore italiano ad aver contratto l’Aids. Le ricorrenze – quando non sono “tonde”, e questa non lo è – lasciano polvere. Non certo di stelle, e neppure da sparo. “Chiedi alla polvere”, scriveva John Fante, penna americana dalla vita migrante e bulimica non lontana dalle capriole di Giuliano. Nato a Roma, sbocciato ad Arezzo, poi Como, Verona, Napoli e Udinese, sempre a rincorrere, curiosamente, le acrobazie sghembe di Claudio Garella detto Garellik.

Giornalista del Corriere della Sera, Paolo Tomaselli l’ha riesumato dall’oblio omertoso di un Paese pigro e distratto, che si perdona spesso ma quasi mai perdona. “Giuliano Giuliani, più solo di un portiere“, editore 66thA2nd. Il libro documenta l’esistenza tormentata di un giovanotto tutto riccioli e sogni, scelto dal destino come simbolo di un duello “mortale”. L’autore non vuole giustizia, né pretende di offrirla. Indaga. Racconta. Si chiede. Chiede. La pubertà straziata dalle guerre familiari e dalla scomparsa, drammatica, della madre. Gli zii, dolci e temprate stampelle. La moda come modo di vivere. Il colpo di fulmine per Raffaella, che gli avrebbe dato Gessica. Le accuse infamanti di droga dalle quali, dopo 17 lunghissimi e incasinatissimi mesi, venne prosciolto. Il viaggio al Luna Park di Buenos Aires, per il matrimonio di Diego Armando Maradona, la transumanza che probabilmente, in un attimo di guardia bassa, gli costò il contatto fatale, letale.

C’è spazio per i tuffi e le uscite che gli valsero le coccole dell’Inter e la Nazionale olimpica che Dino Zoff avrebbe girato a Francesco Rocca, a Seul 1988. Per le notti brave e i pomeriggi bravissimi. Perché, prima di tutto, e con il rispetto di tutti, è l’uomo che dovrebbe dirigere il traffico della realtà, anche se talvolta succede il contrario, e con Giulio è successo.

Recupera dall’archivio, Paolo, l’infortunio che gli costò gli spiccioli residui di gloria, quel ginocchio che fa crack dopo una collisione con Nicolino Berti in un Udinese-Inter d’antan. Le pagine scorrono febbrili, in bilico tra il romanzo, l’inchiesta e il saggio; e per quanto la fine sia tristemente nota, non annoia. Al contrario. Sfogliandole, sono tornato ai brividi dei safari europei, dalla rimonta inflitta alla Juventus al trionfo di Stoccarda; ai giorni in cui scendevo a Napoli per occuparmi del Pibe e della sua sgangherata Camelot; a quando il calcio sembrava ancora umano, nei suoi fioretti e nei suoi peccati.   

Poi, d’improvviso, il taglio netto. La cesura profonda. L’uscita, sì, ma non dall’area: da tutto. La diagnosi tremenda. La separazione da Raffaella. Le cure e le ricadute. Le volate a Cesenatico, dagli amici: i primi, loro sì, a restare gli ultimi. La villa sui colli bolognesi, una nuova compagna. Tomaselli ci consegna il ritratto di un uomo-giocatore che sbagliò e pagò; di un padre che si aggrappa, naufrago disperato ma dignitoso, alla zattera estrema dell’amore smisurato per la figlia. Al funerale, saranno pochi gli ex colleghi e fin troppi i gagliardetti di circostanza. Solo Napoli e il Napoli non l’hanno buttato giù dalla memoria. Ovunque paura, ipocrisia, vigliaccheria. Non era un santo. Ma chi lo era, fra coloro che lo frequentarono e fra noi che gli davamo i voti?

Si chiude, il libro, con le parole di Gessica: “Quella mano mi manca tantissimo. Tuttora non prendo sonno se non abbraccio un cuscino a forma di cuore. […] È il ricordo di lui che mi porto dentro, ancora adesso. Aveva delle mani bellissime“.

Era un portiere.

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