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La Salernitana raccontata da Di Napoli: “Salvezza, si può!”

La Salernitana raccontata da Di Napoli: “Salvezza, si può!”

Arturo Di Napoli è stato ed è tutt’ora uno degli uomini più rappresentativi della storia della Salernitana. Arrivato in Campania nel 2007, ha vestito per 75 volte la maglia granata, mettendo a segno 35 reti nei due anni di permanenza. Nella stagione d’esordio, è stato protagonista assoluto della promozione della squadra in Serie B, concludendo in testa il proprio girone di Serie C1. Ex Inter, Napoli, Palermo e Messina tra le altre, non ha mai nascosto il debole per la piazza di Salerno, a cui è legato ancora oggi da un “amore speciale”, come lo ha definito lui stesso.

L’ambiente non ha vissuto sicuramente momenti semplici fin qui. La gioia della promozione in Serie A dopo 23 anni è rimasta strozzata in gola, perché proprio da lì si è aperto lo spinoso capitolo della cessione societaria. Il club ha galleggiato per mesi, fino agli ultimi minuti disponibili, in un limbo tra la sopravvivenza ed il fallimento. I risultati in campo, probabilmente, sono stati solamente il riflesso di quanto intanto accadeva ai piani alti. Sport del Sud ha parlato di tutto questo proprio con Re Artù, che ci ha raccontato il suo punto di vista e i suoi ricordi granata.

Hai giocato in molte piazze importanti nella tua carriera. Cosa ti ha dato Salerno che le altre città non sono riuscite a darti?

Con Salerno è nato un amore speciale. Abbiamo fatto grandi cose insieme. Paradossalmente, il rapporto si è rafforzato dopo essere andato via, pur non avendo lasciato in modo amichevole. Con il tempo credo che abbiano saputo conoscere e apprezzare l’uomo. Ma è stato un amore spontaneo, casuale, e mi rende molto felice”.

E ora che rapporto hai con la città?

“Molto forte, ci vado sempre. Appena posso mi fa sempre grande piacere andare a prendermi un altro abbraccio. Sento il bisogno di tornarci almeno un paio di volte all’anno, per salutare i tanti amici che ho lì e prendermi l’affetto della gente. È impressionante che a distanza di anni sia ancora così forte”.

Per la Salernitana sei stato un eroe, Re Artù. Cosa ha rappresentato per te, invece, la Salernitana?

“È arrivata in un momento particolare della mia carriera perché giocavo con il Messina in Serie A, anche se i progetti erano un po’ incerti. C’è stato un interessamento da Salerno, ma è stato veramente deciso e insistente. Io ero in ritiro a Messina e sono venuti a trovarmi Fabiani e Avallone alle 2 di notte per convincermi. Scendere dalla Serie A alla Serie C non è cosa facile, ma decisi di accettare. Abbiamo fatto grandi cose. Quando vinci a Salerno è diverso, perché c’è un amore viscerale per la squadra e questo rende tutto più intenso”.

Hai vestito anche la maglia del Napoli. All’andata, abbiamo testimoniato anche alcuni scontri tra i tifosi. Personalmente, come hai vissuto e come vivi tutt’ora la rivalità tra le due squadre?

“Ti dico la mia. Innanzitutto, è da condannare qualsiasi forma di violenza, a prescindere da chi siano i soggetti. Lo sport deve essere unione. Ciò che deve esistere è la sana rivalità, con i cori, le provocazioni e gli sfottò del caso. I tifosi sono protagonisti di questo mondo tanto quanto i calciatori. Dispiace sentire che ci sono stati atti del genere perché sono due popoli che io adoro e che per me sono molto simili. Entrambi vivono in maniera viscerale l’attaccamento alla maglia della propria città e la difendono fino all’inverosimile. È una rivalità che ci sarà sempre, ma l’importante è che sia contenuta”.

Chiudi gli occhi e pensi alla Salernitana. Qual è il primo ricordo che ti viene in mente?

“Mentre mi ponevi la domanda ho visualizzato subito un’immagine. Stavamo facendo il tragitto di ritorno da Potenza, dopo la vittoria che aveva praticamente sancito la promozione. Ricordo benissimo il corteo di tifosi che ci aveva scortato dall’Arechi fino al Grand Hotel Salerno dove eravamo in ritiro. Ti assicuro che ci abbiamo messo parecchie ore perché si camminava a passo d’uomo. È stato un momento bellissimo, veramente pazzesco”.

Passando all’attualità: Salernitana ultima in classifica. Alla luce dello scarso rendimento e delle burrascose questioni societarie, credi che la squadra non sia ancora pronta per la Serie A oppure è parte di un naturale processo di crescita?

“Credo che ci sia stato un errore a monte. Sembra paradossale, ma con la promozione sono cominciate le angosce che non hanno fatto godere appieno una gioia che mancava da 23 anni. Questa situazione ha condizionato tutto l’ambiente granata. Allestire una squadra, quando hai la consapevolezza che non sarà più tua, è complicato. Non parlo di mancanza di professionalità, ma viene meno quella passione necessaria per costruire cose buone. È arrivato Simy, ma forse non era il calciatore su cui investire perché c’è già Djuric con quelle caratteristiche. È stata costruita una formazione con idee sbagliate. Si è solo pensato a dare all’allenatore 23 giocatori, che però sono difficili da assemblare”.

Secondo te, quanto può aver inciso la questione societaria sui calciatori?

Inconsciamente tanto. Ogni giorno c’era il problema della multiproprietà e della paura di non essere più iscritti al campionato. Ed è stato complicato anche per il mercato: se sono in una società e ho altri anni di contratto, non lascio la mia squadra per andare a giocare in una che magari a dicembre non esiste più. Per fortuna, nel calcio le cose possono cambiare da un momento all’altro. Oggi si respira un’aria nuova. Non a caso è arrivata la prima vittoria, su un campo complicato e importante come quello di Verona”.

Una prima impressione sul nuovo presidente Iervolino?

“Sono completamente d’accordo con lui quando dice che il passato bisogna lasciarlo alle spalle e pensare ad un futuro migliore. Si deve spazzare via quella nuvola di Fantozzi che si era creata intorno alla società e alla città. I tifosi e la città hanno bisogno di gente nuova. Sono convinto che faranno grandi cose”.

Alla Salernitana sei stato allenato anche tu da Fabrizio Castori, esonerato dopo aver ottenuto 4 punti nelle prime 8 partite.

Castori ha fatto un grandissimo lavoro. È una persona di valori umani, di correttezza e bontà che sono fuori da ogni parametro. Credo che sia migliorato molto anche come allenatore. Nessuno avrebbe scommesso sulla Salernitana lo scorso anno e gran parte dei meriti vanno a lui se alla fine è arrivata questa promozione. La Serie A, però, è un’altra cosa: ci sono altri ritmi e servono giocatori adeguati se si vuole sopravvivere. Le categorie nel calcio esistono per un motivo”.

Neanche con Colantuono le cose sono cambiate. Cosa serve alla Salernitana?

“Al di là dei tecnici, credo che alla Salernitana manchino proprio i giocatori adatti alla categoria. In fin dei conti la salvezza è a 6 punti, ma è chiaro che serve uno sforzo dal punto di vista economico e di rosa per raggiungere l’obiettivo o anche solamente per tentare di giocarsela”.

La vittoria con il Verona ha cambiato la classifica. Il Venezia è a 6 punti e lo Spezia a 8, ma con partite in più.

La vittoria di Verona è stata fondamentale per il futuro della Salernitana perché arriva in un momento di cambiamento generale, con un Presidente che ha riportato passione ed entusiasmo. I 3 punti sono un carico in più a questa speranza. Credo che vedremo una squadra diversa da qui in avanti. Ora ha la possibilità di giocarsela, ma molto passa per il mercato di gennaio”.

Guardando il calendario, dopo la sosta ci sono Spezia e Genoa e, chissà, magari il recupero con il Venezia. Febbraio già decisivo per la salvezza?

Ogni domenica sarà fondamentale per la salvezza. Certamente è importante portare a casa i punti negli scontri diretti, ma non bisogna pensare che non si possano fare risultati anche con le altre squadre. Oggi la Salernitana ha una visione completamente diversa del proprio percorso rispetto al passato. Quel che arriva è tutto guadagnato, perché si parte da una posizione difficile con una società nuova. Non sarà una catastrofe se dovesse retrocedere, ma giocare contro la Salernitana ora sarà complicato. Con i colpi giusti si può competere e me lo auguro per la città. La permanenza in A sarebbe il vero festeggiamento della promozione scorsa”.

Per concludere, non possono non chiederti dell’attacco in crisi: manca un bomber e trascinatore come lo sei stato tu. C’è qualcuno che potrebbe essere il Di Napoli di questa squadra o serve necessariamente un intervento sul mercato?

“Ad inizio stagione avrei detto Simy. Per continuità, per risultati e per quanto fatto a Crotone sarebbe dovuto essere sicuramente lui l’uomo salvezza. A sua discolpa bisogna dire che è stato catapultato in un’ambiente in difficoltà e che non gli si addice. Del resto, hanno fatto fatica un po’ tutti, non solamente lui. Io credo molto in questo giocatore perché i numeri parlano per lui. In tutte le società per me ci dovrebbe essere uno in grado di arrivare in doppia cifra, ma deve essere un valore aggiunto al collettivo. Una squadra necessita anche dei gol di un difensore o degli inserimenti di un centrocampista, non si può dipendere da un solo calciatore. Ti faccio un esempio: ai miei tempi Igor Protti è stato capocannoniere della Serie A con 24 gol con il Bari, eppure a fine anno retrocesse”.

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