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Il romanzo di Roma-Venezia: perché il calcio, anche se malato, resta unico

Il romanzo di Roma-Venezia: perché il calcio, anche se malato, resta unico

Sarà anche marcio e in balia di gente volgare, il calcio, ma resta unico. Persino nel Bronx delle plusvalenze.

Basta seguire le tracce di Roma-Venezia 1-1, partita valida per la penultima di campionato. Entra in campo, la poco Serenissima, con la mazzata di essere appena tornata in Serie B: colpa del pari pomeridiano fra Empoli e Salernitana. Non solo: gioca in un Olimpico strapieno per via dell’effetto (e affetto) Mou, e contro un avversario che insegue ancora l’Europa League sul campo, oltre che nella finale di Conference League a Tirana, con il Feyenoord.

Metafora per metafora: come se in un giallo scritto con pigrizia l’idea dell’assassino affiorasse fin dalle prime righe. E invece fin dalla prefazione, nel giro di cinquanta secondi scarsi, segna la «vittima» designata, di testa, con David Okerere. Passano una trentina di minuti e uno del Venezia si fa espellere. Dieci contro undici. Comincia l’assedio che, piano piano, diventa bombardamento.

La Roma tutta avanti, il Venezia tutto indietro. È la legge della superiorità numerica. Dura, cinica ma, se si pensa alla sciocchezza di Sofian Kiyine, corretta.

Alzi la mano chi non avrebbe scommesso sulla resa. Me ne guardo bene. A football, però, si gioca con i piedi, c’è il portiere, ci sono i pali, addirittura le traverse. I numeri non sempre il vangelo, ma in questo caso cedo, mi prostituisco e li sfodero.

Roma: 46 tiri a 4, dei quali 16 a 2 in porta; tra traverse piene (di Bryan Cristante, di Lorenzo Pellegrini su punizione, di Nicola Zalewski) e una scheggiata (ancora di capitan Pellegrini, sempre da punizione); 69% a 31% di possesso; 548 passaggi a 260; 20 angoli a 2.

Nel basket, dalla Nba all’Eurolega, una gara così sarebbe terminata di almeno 40 punti. La Roma non avrebbe vinto: avrebbe stravinto. Dal momento che stiamo parlando di un altro sport (o di un altro «gioco»?) poco è mancato che, agli sgoccioli degli sgoccioli, dopo l’unghiata di Eldor Shomurodov, in gol ci andasse ancora il Venezia. In contropiede, con Dennis Johnsen.

Ci diranno che all’anatomia degli istanti non sfugge nemmeno un Luna Park del genere. Può essere. Invece no. E per fortuna. Guai se l’avesse. Sarebbe l’inizio della fine. Già il calcio ha un sacco di problemi, morali e pratici, mica vorremo togliergli il vezzo di pesare i meriti, a volte, sulla bilancia della lotteria e non già dei fatturati, degli stimoli, delle rose? Immagino l’arrabbiatura dei tifosi romanisti, ma non è rivolto a loro questo appello, questa carezza a un destino che, evidentemente, voleva trasformare la febbriciattola del sabato sera in un febbrone da cavallo.

Per usare un lessico che di solito fa imbestialire i popoli sconfitti, Andrea Soncin è uscito a testa alta. Niki Maenpaa, finlandese di Espoo, s’inventava Mandrake, lui che barcollava fra le montagne russe di una stagione complicata. Ha parato tutto, ha murato tutti. Meno uno: l’uzbeko (e pure qui, dopo un mezzo miracolo su Pellegrini).

Certo, la Roma è stata poco lucida nella mira e la formazione di partenza non era quella tipo. Ma poi sono entrati i rinforzi, mentre il Venezia ricorreva agli ultimi viveri, alle ultimissime stampelle. È un risultato che seppelliremo sotto la volata scudetto e una zuffa salvezza che coinvolge, ormai, altri lottatori. Cronaca, dunque, e non storia. Me lo sono segnato comunque.

Sabato 14 maggio 2022, stadio Olimpico di Roma. Con il recupero allungato di due minuti, dal 94’ al 96’, con l’ennesima bolgia dalla quale spuntava un braccio orfano (di un romanista, di un veneziano?) che l’arbitro liquidava telefonando al Var, senza andarci.
Come se alle Termopili avesse vinto Leonida.

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