Che bello il Napoli dato per morto

Nonostante i requiem pre-gara, il primo Napoli della stagione travolge senza appello il Verona a forza cinque.

kvaratskhelia
Articolo di carloiacono16/08/2022

©️ “KVARATSKHELIA” – FOTO MOSCA

Verona, Napoli, due a cinque. Cinque come le dita di una mano che insieme salutano la città di Giulietta, la chiamerebbero “manita”, gli spagnoli. E gli scaligeri come un toro a due corna (Lasagna ed Henry) sono corsi via, inseguendo quel rosso che sembrava sangue, ma era solo un drappo. Incomprensioni da calcio estivo, meccanismi lubrificati da salsa di soia sudcoreana in attesa di trasformarsi in extravergine, acqua che si farà vino, forte.

Verona, Napoli, due a cinque. Cinque come gli elementi e i sensi, i volti di Shiva: Kvaratskhelia, Osimhen, Zielinski, Lobotka e Politano. Al georgiano sono bastati trentasette minuti per esultare come Curry e dire: metto le partite a nanna. Sogni d’oro agli Youtubepiattisti. Just an old sweet song keeps Georgia in their mind.

Khvicha è di un altro livello, quello di chi punta l’uomo e crea superiorità numerica, pratica dribbling, questo sconosciuto in Italy, Nazionale compresa. Ha sensibilità tecnica, è differenza. Dovute proporzioni, è il Fideo azzurro. Spaghetto non per fisico ma per portata principale. Un gol e un assist alla prima, chapeau.

Verona, Napoli, due a cinque. Cinque come i pilastri della fede islamica, fede in cinque chiavi: le verticalizzazioni, il centrocampo fluido, Lobotka, il tridente, la novità.

Si è chiuso l’Hellas a doppia mandata, obiettivo conclamato, fare muro e controbattere. È stato circumnavigato e inflitto da un gioco che dondola gli avversari e poi d’improvviso li rovescia dalla culla. Meno tiki taka, più scosse.

Vibrazioni di una mediana mobile, dove uno è nessuno e centomila. Così fan tutti, tutto, non si scappa delle responsabilità, anche Zielinski non può nascondersi più, sta al gioco, nel gioco, che poi è nella mani e nei piedi di Lobotka. Il sarto slovacco taglia e cuce, risvolta la manovra, e da infiltrato offensivo ha addirittura licenza d’uccidere, in slalom, come Tomba, della partita (suo il quattro a due). Scriverlo, pensando a due anni fa, sbizzarrisce la tastiera. 

Come un tridente che sembra conoscersi da un secolo. Un lato fa gioco, l’altro va a coprire lo spazio libero. Kvaratskhelia muove, Osimhen tiene e sponda, Lozano si lancia. Il gioco delle tre carte al Bentegodi viene bene e godi. Cioffi e i suoi ci hanno lasciato cinquanta euro come a Napoli centrale: 2 gol, 2 assist, 2 cartellini gialli. Mettici Politano (+1), Simeone (17 la scorsa stagione), Zerbin. Sostanza e spensieratezza, quantità per fare primavera e non rondine. 

La stagione di un nuovo inizio, bonificato dagli strascichi, senza passato, senza consuetudini, senza giocate predefinite e fantasmi.

Verona, Napoli, due a cinque. È una vittoria senza appello, schiacciante, mai in discussione. Per l’aria che si respirava in città una bombola d’ossigeno. Il paziente dato per morto ha mosso le braccia e non sono spasmi. 

Il Napoli c’è e i favori dei pronostici e del pubblico lo chiamino come si preferisce, pretendente, underdog, outsider. 

Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?