A difesa di Ronaldo e Messi
La carta d’identità è spietata, Cristiano e Leo sono invitati alla porta. Ma siamo sicuri che tutto è proprio come ce lo stanno raccontando? Che il più grande marcatore della storia del calcio, il recordman dei recordman, e il sei volte pallone d’oro, dios della pelota, non possano darci più che delusioni?

Si alza il sipario: va in scena il dramma degli dei del calcio, Ronaldo e Messi. O forse si abbassa, è finito lo spettacolo, ma si chiude molto più di un teatro, un’era. È opinione comune che l’ennesimo fallimento dei giganti simboleggia l’abdicazione. Dopo i cocenti e contemporanei insuccessi a Torino e Barcellona, i due, rispettivamente, si sono ripetuti a Manchester e Parigi. Li hanno presi per molto più di un tozzo di pane e loro non ci hanno spalmato foie gras, continuano solo a rosicarlo a netto di ingaggi faraonici non più giustificati dalle prestazioni in campo.
Fato largo gente, il calcio non ha memoria, ed è indirizzato sotto le suole di nuovi idoli: la giovane e sbarazzina banda Guardiola, i panzer tecnologici di Nagelsmann, la figura mitologica che risponde al nome di Haaland, poi Vinicius, Mpabbé.
La carta d’identità, insomma, è spietata, Cristiano e Leo sono invitati alla porta. Ma siamo sicuri che tutto è proprio come ce lo stanno raccontando?
Che il più grande marcatore della storia del calcio, il recordman dei recordman, e il sei volte pallone d’oro, dios della pelota, non possano darci più che delusioni?
Benzema e il Cholito li hanno sollecitati al canto del cigno?
C’è chi dice no, suonava il Vasco. Quelli che lo fanno sono gli estremi difensori dei due, i guelfi e i ghibellini del calcio. Non sono mai andati d’accordo, perché o fai un parte di un team o fai parte dell’altro, o sei per la grandezza o sei per la perfezione, o sei per Ronaldo o sei per Messi. Eppure, oggi, sono più vicini che mai, uniti nella negazione. Resta l’opposizione di fondo ma ci si incontra al guado: chi non è morto si rivede, aspettate a suonarli le campane e, soprattutto, se il loro peso sulle vittorie di Real e Barça va comparato a quelli dei compagni di squadra, impariamo a sottrarlo anche dopo le sconfitte. Le debacle di Manchester e PSG non dipendono solo da loro.
“A difesa di Ronaldo”, Carlo Iacono
C’è una domanda che mi ha sempre messo in difficoltà, sin quando ero piccolo: “Vuoi più bene a mamma o a papà?”
Ad un’altra, invece, che mi si è palesata dinanzi dagli ultimi anni del liceo fino ad oggi, ho sempre avuto la risposta pronta:
– Preferisci Ronaldo o Messi? Ronaldo, senza alcun dubbio.
E, a chi contrapponeva, alla mia opinione la genialità delle giocate di Messi, non davo mai torto. Se Dio aveva intenzione di donare ad un altro prescelto il talento che prima fu di Maradona, allora quello era sicuramente ancora una volta argentino, come se solo in quella terra ci fossero le condizioni per plasmarlo. Ma il migliore è colui che pensa fuori dall’ordinario e può fregiarsi di un sinistro preso in prestito dall’alto dei cieli, o colui che non ha avuto né l’uno, né l’altro, ma è stato capace di prendersi quasi ogni record che abbia a che fare con lo sport praticato?
Il calcio è prima di tutto emozioni, poi numeri, mi è stato spesso detto. Credo sia vero, in parte. Perché poi ognuno di noi a fine anno, quando arriva al tavolo con l’andatura di un oste, difficilmente si lascia andare a conversazioni da spiaggia contemplando i bei momenti vissuti dal proprio idolo o dalla propria squadra, ma è più avvezzo al linguaggio tecnico di un ragioniere intento a compilare un sette e quaranta: cosa abbiamo portato a casa in questa stagione?
Eppure, anche se dovessi considerare quella parte di verità, non potrei non sentirmi vestito di tutto punto, in elegante stile anglosassone ma sempre incline a fare a pugni come imparato da piccolo a Quarticciolo, e sputare fuori:
Messi esce, si tocca i capelli e non ha emozioni. Si parla di Cristiano Ronaldo: vuoi farmi stare in panchina con il Manchester City? Non vengo, vado in Portogallo, torno e faccio tripletta. Tra i due non per talento, ma preferisco l’umano che si è fatto da solo e ha un’anima, un cuore, si è dovuto costruire che il marziano senza sentimento.
Paolo Di Canio. Docet.
Si parla degli ultimi tempi certo, quelli passati sotto i cieli plumbei di Manchester e Parigi, che farebbero intristire pure i partecipanti di LOL, però.
L’impressione che Messi abbia vissuto tutta la sua carriera come una responsabilità/compito da assolvere, e che, invece, il portoghese l’abbia vissuta come una missione da compiere, non me la toglierà mai nessuno. Uno se l’è trascinata per non fregiarsi del classico “spreco alla miseria”, con lo spirito di chi riceve un grande regalo e avverte più peso nell’accettarlo che riconoscenza, mentre l’altro l’ha vissuta alla stregua di una religione, per la quale sarebbe stato pronto a morire in crociata. Ma il calcio – così come le sensazioni intorno ad esso – è bello perché è opinabile.
Ciò, che, invece, non è opinabile, è il fallimento tecnico-tattico di PSG e Manchester United, due squadra da – rispettivamente – 910 e 790 milioni di euro, al secondo e al sesto posto tra i club più preziosi al mondo, che hanno salutato anzi tempo una competizione per la quale sono geneticamente modificate ogni anno. Ed è proprio l’uscita dalla Champions degli inglesi e dei parigini il punto di partenza della nostra discussione.
Assicurarsi a suon di denari le prestazioni di uno dei due fenomeni in questione, senza nascondersi, vuol dire avere l’intenzione di portarsi a casa la coppa con tutte le orecchie. Chi si siede in un ristorante stellato, pronto ad alleggerire il suo portafoglio di almeno 300 euro, non potrà dirsi contento di gustare una “puttanesca”, vuole un risotto allo zafferano e tartufo siciliano, astice arrosto con erbe aromatiche. Se non va così qualcuno deve prendersi la colpa.
La colpa in questo caso è ricaduta sull’argentino e sul portoghese, bollati come finiti e bolliti, incapaci, dopo quindici anni a questa parte, di portare da soli alla vittoria i propri club. Se la difesa del GOAT con la barba la lascio a chi ha voluto assumersela, con fierezza mi appioppo quella del bionico di Madeira.
Cristiano Ronaldo, per il terzo anno consecutivo, non è riuscito a superare l’ostacolo degli ottavi di finale. Dopo Lione e Porto con la Juventus, si è ritrovato a subire l’eliminazione da parte del Cholo, suo storico rivale, nonché vittima e, come se non bastasse, la sua resa è arrivata senza nemmeno un tiro scagliato verso la porta di Oblak.
È finito, hanno detto in molti, dimenticando di corsa la tripletta segnata solo pochi giorni prima contro il Tottenham, in una partita di Premier vinta e giocata praticamente in uno contro undici. Rimarcare partita di Premier, mi permette anche di evidenziare come a 37 anni suonati, il signore in questione, sia ancora capace di incidere massicciamente in un big match della competizione – riconosciuta da tutti – più “intensa” al mondo.
È finita, allora, dovremmo dire, l’epoca delle scelte giuste del portoghese. Perché la sensazione è che negli ultimi anni Cristiano non abbia scelto club capaci di supportare le sue ambizioni e le sue nuove caratteristiche di gioco, e questi (i club) a loro volta abbiano deciso di puntare tutte le fiches solo e unicamente su di lui, come se una mano buona possa permetterti di vincere un torneo di poker. Solo qualche mese fa, per tre anni, dicevamo che il grande errore della Juventus era stato quello di svenarsi per Ronaldo senza essere economicamente capace di comprare gli ingredienti per preparare la torta sulla quale lui sarebbe stato la ciliegina. La storia si è, semplicemente, ripetuta al teatro dei sogni.
Il Manchester United, senza se e senza ma, è da anni ormai una nobile decaduta del calcio inglese. Sono lontani gli anni in cui i Red Devils guidati da Sir Alex Ferguson erano esempio virtuoso di squadra vincente e saggiamente gestita. Dall’addio dello scozzese, la costruzione dei successi, o meglio degli insuccessi, ha perso la filosofia del campo e ha inseguito quella dei dollari sborsati dalla famiglia Glazer.
Ne sono stati versati 105 per Pogba, 87 per Maguire, 85 per Sancho e Lukaku, 75 per Di Maria, 63 per Bruno Fernandes, 60 per Martial e Fred, 55 per Bissaka e potremmo continuare a lungo fino al miliardo (la cifra spesa negli ultimi dieci anni che rende lo United primo in questa speciale classifica).
Il risultato è stato zero “tituli” o qualcosa del genere, se consideriamo qualche coppetta buona per fare il brodo (visto l’esborso lo è anche l’EL vinta da Mourinho).
Per dare una sterzata in una landa desolata di idee, si è pensato bene di assicurarsi un manager stimato da tutt’Europa, più che per i risultati in panchina, per quelli conseguiti dietro ad una scrivania: Ralf Rangnick, l’inventore del gegen pressing. Allenatore tedesco famoso per la sua visione e per lo svezzamento delle più giovani e rampanti stelle del firmamento europeo. I frutti del suo lavoro sono ancora acerbi, non sappiamo se arriveranno, dati i vistosi segnali di rigetto, ma questo non è il luogo per discuterne.
Fatto sta che, nonostante il suo arrivo in panchina il 21 novembre 2021, il Manchester è 5° in Premier League ad un punto dal quarto posto ma a venti dai cugini primi. Ha il quarto attacco del campionato e la dodicesima difesa, si arrocca peggio anche del Burnley.
Basterebbero questi pochi numeri per sollevare Cristiano dalle cattive sorti degli inglesi, non puoi portare una barca in porto se fa acqua da tutte le parti.
Ma gli dobbiamo qualcosa di più, per far capire il suo impatto sul destino del club e la sua figura di un’unica nota positiva nonostante tutto.
Per farlo basta prendere in rassegna ciò che ci si aspetta da CR7, ovvero l’unico modo in cui ha inciso sulle vittorie delle sue squadre per tutta la carriera, con tiri e reti, e metterli a confronto con quelli stagionali dei diavoli.
In 33 presenze, dal suo ritorno “a casa”, Cristiano ha timbrato il cartellino ben 18 volte (6 in Champions), fornendo 3 assist. Statistiche che lo erigono a miglior marcatore del proprio club in Premier (12 reti) e in Champions (6), e che sono la conseguenza di 109 tiri totali (87 in PL, recordman – 22 in CH) e 45 in porta (33/12). Numeri, forse, poco indicativi se estrapolati crudamente, ma che diventano significati rapportati a quelli della banda Rangnick: 58 gol (47/11), 496 tiri totali /408/88), 179 nello specchio (139/40).
Cristiano in 2681 minuti giocati (85% di quelli in stagione) ha inciso per il 50% sulla concretizzazione offensiva della squadra. Ogni due reti nascono o da una sua realizzazione o da un suo assist. Un quinto dei tiri totali vengono fuori dal suo piede, cosi come un quarto di quelli nello specchio.
Questo cosa vuol dire? Che il progetto Manchester non è fallito per colpa sua, ma forse di chi gli sta intorno. Rashford, Sancho, Greenwood, Martial, James, Diallo, Cavani ed Elanga, ovvero tutto il reparto offensivo degli inglesi, insieme hanno messo a segno 17 reti, uno in meno del portoghese da solo.
Dunque, riavvolgendo il nastro, ritorniamo ai nastri di partenza. Siamo proprio sicuri che il fallimento dei Red Devils e il mancato approdo agli ottavi sia da additare a CR7? O ancora una volta, proprio come successo a Torino, CR7 si è ritrovato a fare i conti con un team che ha sperato di cavarsela addossando tutto il peso offensivo e le sorti di un intero attacco su un giocatore che tra tre anni ne farà 40?
L’ultimo Cristiano a vincere la Champions (2018) era il terminale di un novennato tecnico che lo vedeva inserito in un contesto associativo nel quale la sua letalità era sfruttata all’ennesima potenza da una squadra costruita intorno al suo talento, capace di esaltarlo senza esserne bisognosa. Parliamo di un quadro tattico dove il lavoro del terzino (Marcelo), la mezzala di riferimento (Isco) e l’attaccante centrale (Benzema) gli erano circostanti ponendo le condizioni esistenziali agli spazi di cui avrebbe avuto bisogno la sua orbita per permettergli di splendere ed essere non deus ex machina, ma de machina.
Quegli anni lucenti, però, hanno restituito l’impressione che il fenomeno portoghese fosse non il sole del sistema solare madrileno, bensì il sistema stesso, e che bastasse prendere quella stella per far si che un’accozzaglia disomogenea di corpi celesti potesse di colpo vivere dei soli sui principi di gravitazione per esistere e dettare legge nell’Universo pallonaro. Alla Juve, prima, e allo United, poi, si è avuta la obsoleta presunzione, che unico giocatore avrebbe avuto la forza di vincere, nonostante non ci fossero le condizioni per farlo e nonostante, questo, non sia mai accaduto nella storia del calcio.
Dunque, tirando le somme, se Cristiano ha una colpa è quella di averli assecondati, forse per la smania egocentrica di dimostrarsi eccezione alla regola e di potersi vantare, in futuro, di essere il primo a portare sul tetto d’Europa un undici incapace di salire le scale. Ha trovato casa lì dove potevano assicuragli uno stipendio faraonico, ma non di essere il vertice di una piramide, l’espressione massima di una struttura, e non la struttura stessa.
Lo United ha fallito l’approdo agli ottavi e il dito va puntato contro tecnici e dirigenti ciechi i quali ritengono che la buona vita di un circo possa essere assicurato da un’unica attrazione. CR7, il parafulmine.
Peccato, perché lui, da Dio, qual è, le saette dovrebbe scagliare e non subirle coprendo gli altri.
“A difesa di Messi”, Lorenzo Maria Napolitano
Messi o Ronaldo? Questo è il dilemma. Potremmo così parafrasare in chiave moderna e sportiva il capolavoro di Shakespeare. L’essere, Messi, contro Cristiano, il non essere che, però, diventa essere. È un dilemma perché nel calcio non esiste la verità. In questo magico mondo tutto è soggettivo e nulla è oggettivo.
Ancora oggi tutti si scervellano per convincere l’interlocutore ostile che il proprio beniamino sia migliore dell’altro. Questo, però, non è mai successo. È praticamente impossibile cambiare il sole intorno al quale ruota la propria idea calcistica. Non è una scelta, quella tra il portoghese e l’argentino. È la conseguenza del tuo stile, del tuo modo di essere, della tua filosofia e dei tuoi principi. La preferenza è lo specchio di ciò che sei, di quello che vorresti essere e di quello che sogni.
Messi o Ronaldo? La mia risposta è Lionel Andrés Messi Cuccittini.
Da ragazzo, dai corridoi dell’istituto alla scuola calcio, sono sempre stato innalzato a capo banda dei “messiani” puri. E, ovviamente, a questo amore corrispondeva un’ammirazione totale nei confronti della squadra più forte del mondo, il Barcellona di Pep Guardiola. Preferire Messi e tifare Real Madrid, o viceversa, è praticamente impossibile. Svuoterebbe di significato l’ammirazione nei confronti del calciatore o del club. Non perché sei “dalla parte del nemico”. Piuttosto per il fatto che Messi è l’epicentro della filosofia blaugrana, così come Cristiano è il sole che irradia la Puerta del Sol di Madrid.
Il bello contro l’efficace. La magia contro la scienza. La filosofia catalana contro la storicità blanca. E, cultore di tutto ciò che sia pregevole come una finta di corpo senza toccare il pallone, tra me e Messi c’è stato un amore a prima vista. La pulga è l’illusione che diventà realtà: è Pacman che passa, senza motivo logico, da una parte all’altra dello schermo e non sai cos’è successo nel mentre. Lionel Messi è Shangri-Lla ne “L’orizzonte perduto” di Hilton. Messi è un dono di Dio. Lo stesso che gli ha toccato con un dito il piede sinistro e lo ha dotato di una mente fatta per il calcio. Come pensa anche Don Fabio Capello, che, per rispondere alle parole di Di Canio, afferma:
“Il calcio ha conosciuto tre geni: Pelé, Maradona e Messi. Gli altri sono tutti bravissimi e dotatissimi, ma loro tre fanno le cose che gli altri neppure pensano”.
Snocciolando la questione presa in esame, probabilmente Pochettino avrà ascoltato attentamente il discorso di Guardiola. Quello in cui alla domanda di un giornalista che chiede se Agüero fosse stato il miglior 9 che avesse allenato, risponde “No, Messi è il miglior numero 9, 10, 11, 7, 6, 4…“. E, galvanizzato dalla possibilità di schierarlo grossomodo ovunque, è cascato nella sua stessa trappola. Il contesto parigino, forgiato di prime donne, è praticamente un campo minato.
Si spende e si spande ovunque, quasi senza criterio, per poi arrivare al famoso tavolo dei risultati a mani vuote. Wijnaldum? Panchinaro e preferito quasi sempre a Danilo Pereira. Donnarumma? Sottoposto a continuo cambio con Keylor Navas. Sergìo Ramos? Scomparso. Risultato, un pessimo ambiente in cui lavorare. L’esatto opposto di quanto accadeva a Barcellona, almeno prima del disastro chiamato Bartomeu.
Prima di analizzare il calcio, e giudicare se un risultato, o un mancato risultato, sia prodotto di un fallimento, sarebbe necessario aver ben presente come i calciatori, seppur dotati di “poteri” sovrannaturali, siano prima di tutto uomini. Stando a Messi: parliamo di un calciatore che dai 13 anni ai 34 è stato cullato nell’ambiente Barcellona, tra Masia e prima squadra. Il primo cambiamento, obbligato tra l’altro, arriva all’indomani dei 35 anni. Un uomo, un ragazzo, che a causa di disastri societari deve allontanarsi per forza dal club a cui ha giurato amore eterno.
La voglia del pallone di certo non ti porta a smettere, ma ad arrivare a due ore di aereo, dai tuoi grandi amici sudamericani: Paredes, Di Maria e su tutti Neymar. Cambiamento al quale non sei abituato, a differenza di Cristiano, passato nei fasti della sua carriera da Manchester a Madrid, per poi arrivare a Torino. L’attitudine al cambiamento o è dentro te, o non ne disponi. E negli ultimi anni di carriera di certo non puoi ottenerla.
Arrivata a Parigi anche l’ultima figurina, stava a Pochettino concludere l’album. Un conto, però, è far sedere in panchina Wijnaldum, discorso diverso è Messi. Dato anche il grande sogno (proibito) di formare un trio stellare composto dall’argentino, Neymar e Mbappè. In un parziale 433, Messi viene impiegato come ala destra, così come nel magico trio MSN. Però, a differenza di Barcellona, oltre a non crearsi una chimica tutta latina come fu con Suárez, il compito di Messi è diverso.
Lo vediamo spesso, quasi sempre, a centrocampo. Dialogare e fraseggiare con Verratti lanciando Mbappe o Neymar sembra diventato il nuovo compito della pulga. Lontano dalla porta e… recupera palloni. Perché, come si è visto contro il Real Madrid, Messi lo si trova molto di più anche in fase difensiva. A mordere le caviglie avversarie. Un ruolo da 8 in cui gli altri non assolvono alle proprie funzioni.
L’imponente lontananza dalla porta, combinata con una forma atletica inferiore rispetto a quella degli anni d’oro del Barça, fa di Messi un calciatore estremamente poco pericoloso per quanto riguarda la fase realizzativa. Il perfetto contrario di quanto accadeva nel magico Barcellona del decennio scorso, in cui passava dall’essere colui che accendeva l’azione al carnefice dei portieri.
Parlano chiaro gli assist, 11. Contro i soli 7 gol. Parliamo quindi di un calciatore snaturato in tutto e per tutto, dal ruolo, al compito, fino ad arrivare al numero. Un modesto 30 richiamante gli anni d’inizio carriera anziché il 10 da vero Re. Per quanto possa sembrare utopico, c’è un dato curioso in merito alla pericolosità di Lionel. Lui è il calciatore ad aver colpito più pali in Europa.
Come se lo stesso Dio che gli avesse donato il talento, non volesse vedere quello stesso talento manifestarsi lontano da Barcellona. E, probabilmente, anche Messi lo ha capito. Oltre questa interpretazione “divina”, e di cui pochi sono a conoscenza in quanto l’attenzione al PSG viene rivolta solo in Champions League, possiamo giungere ad una conclusione analoga a quella a cui siamo arrivati parlando di Cristiano. L’ingaggio del calciatore più forte del mondo non comporta automaticamente il trionfo del club. Addirittura, un impiego sbagliato può, paradossalmente, paralizzare l’intera squadra.
Il genio, per esprimere al massimo il suo talento, necessita di un ambiente e di una rosa che sappia dargli ciò che lui chiede. È stato così nel Barcellona per Messi, così come il Real o il Manchester United per Cristiano. Anche Maradona, quando tutti decantavano la famosa “vittoria solitaria” nel Mondiale 1986, ha affermato che in quell’anno era circondato da grandi uomini e ottimi calciatori come Valdano.
Maradona era sì il leader, il capitano, ma intorno vi erano leoni che sarebbero morti per lui, come ha affermato lo stesso Diego. Sfatando il mito che sia necessario il campione per vincere, ma che il campione forse più di tutti ha bisogno di determinate situazioni per esprimersi. Per sbocciare. Per accendere la lampadina. Con la colonna portante della Spagna del Siglo de oro, è normale vincere. Non è normale, però, segnare più di 90 gol in un anno solare. Questo è davvero poco normale.
Con l’eliminazione agli ottavi, ed ovviamente capro espiatorio chi se non il 30, tornano le voci da parte di chi sostiene, che Messi non abbia la personalità del campione, la voglia, la fame e le spalle grosse. Forse, soltanto perchè a fine partita non si esibisce in particolari sceneggiate ma preferisce starsene per le sue. L’evidenziazione di questo lato, l’ho sempre letto come volto a sminuire una figura che inattaccabile.
Col tempo, questa “voce” ha iniziato ad essere un coro. Le sconfitte con l’albiceleste e le ultime eliminazioni premature dalla Champions, non hanno fatto altro che dare forza a questo coro. Probabilmente, non si conosce la storia di Lionel Messi. Oppure, si fa finta di non conoscerla. D’altronde, cosa gli si può dire calcisticamente parlando?
Questi, farebbero bene a ricordarsi come Lionel Messi sia arrivato a Barcellona nella stessa età in cui chiunque è in ansia per l’esame di terza media. Arrivando, insieme al padre, dall’Argentina. Sottoposto a cure mediche quotidianamente, inizia ad avvicinarsi minimamente alla conformazione fisica dei compagni di squadra. Nonostante questo, il coraggio di Messi avuto sin da bambino non viene mai citato. Tutti lo sanno, ma nessuno lo capisce.
Forse si abitua troppo bene alla sua squadra di titani, e il primo distacco è pesante. Con l’Argentina, e non quella attuale, bensì una che oltre le eccelse doti offensive lasciava molto a desiderare (salvo “El Jefecito” Mascherano), arriva in finale Mondiale nel 2014. In Brasile. Ad una manciata di minuti dal fischio che avrebbe sancito l’inizio dei rigori, un ragazzino biondo insacca alle spalle di Romero. E, purtroppo, Gonzalo Higuaìn ancora pensa ai gol divorati quella sera.
Superato il Mondiale, si presenta la Copa America del 2015. Ed arriva ancora una sconfitta nell’atto conclusivo. Anno 2016, discorso analogo. Dopo tre finali perse, ma a cui ci sei arrivato prendendo la squadra per mano, cadere mentalmente sarebbe più che legittimo. E sarebbe successo a quasi tutti i calciatori. Ma non a Lionel Messi. Perchè quel ragazzo “inespressivo e con poca personalità” si fa carico di tutte le cicatrici che porta, conquistando da miglior giocatore, miglior marcatore, e miglior assistman la Copa America del 2021. Diventando, tra l’altro, il miglior marcatore nella storia della sua nazionale.
Che poi, cosa si intende per personalità nel calcio? Non è l’essere grande e grosso e mostrare i muscoli dopo un gol. Nemmeno l’urlare in campo. La personalità, per chi non lo sapesse, è spiegabile attraverso l’azione contro il Betis di Siviglia. Così come è spiegabile in quei momenti in cui, dal novantesimo in poi, i compagni cercano solo ed esclusivamente Messi, anche nel limite della propria area. E, lui, non spazza mica il pallone.
Piccolo, ma con una grande armatura. Silenzioso ma con spalle enormi. Senza queste, non avremmo avuto Lionel Messi. Ed invece, con la sua storia, con il suo saper essere silenzioso nei momenti giusti, ha urlato al mondo di essere il numero uno. Mostrando un carattere grande quanto il suo talento.
Da mente filobarça, continuo a pensare che Messi, qualora dovesse ritornare a casa sua, illuminerebbe nuovamente gli occhi di tutto il mondo. Non sporadicamente, bensì come lui ci ha abituato, costantemente. Ciò che realmente differenza i geni da tutti gli altri.
