Il caso di Nzola conferma che siamo un Paese di «orecchianti»

L’orecchino di M’Bala Nzola, attaccante franco-angolano di 25 anni, ha solcato il risultato di Spezia-Inter 1-3.

Articolo di Roberto Beccantini18/04/2022

L’orecchino di M’Bala Nzola, attaccante franco-angolano di 25 anni, ha solcato il risultato di Spezia-Inter 1-3.

Complimenti al quarto uomo che non l’aveva notato. E al giocatore che non se l’era tolto prima e non ci è riuscito dopo, costringendo, così, Thiago Motta al cambio del cambio. Dieci minuti in dieci.

Immagino, da lassù, i moccoli dei Vigili del Fuoco spezzini, gente che, in tempo di guerra, fu capace di battere il Grande Torino (2-1) pur arrivando all’Arena di Milano, sede dell’ordalia, sull’autobotte di ordinanza. Mentre lo squadrone granata di Valentino Mazzola, allenato da Vittorio Pozzo, rafforzato da Silvio Piola e sponsorizzato Fiat, viaggiò su un comodo e placido torpedone. C’era in ballo uno scudetto mai riconosciuto anche se, proprio per questo, e per la storia che gli fece da sfondo, Gianfelice Facchetti l’ha portato in teatro («Eravamo quasi in cielo»).

Sono le pittoresche rivincite che il calcio di una volta, rustico e magro, si prende contro l’obesità del calcio moderno. Il calcio degli algoritmi, delle plusvalenze, dei laboratori più sofisticati.

Non c’entra niente, ma a Friburgo, per una ventina di secondi, il Bayern – ripeto: il Bayern – ha giocato in dodici per un errore di calcolo (e di sostituzioni). Il risultato sul campo, di 4-1 per i bavaresi, ha resistito al reclamo degli avversari. All’epoca di Rafa Benitez, il Real Madrid venne eliminato dalla Coppa del Re per aver schierato un titolare, Denis Cheryshev, che non avrebbe dovuto impiegare: era squalificato.

Il giallo del Picco spinge la memoria alla finale mondiale del 1978. Stadio Monumental di Buenos Aires, Argentina-Olanda. Arbitro, uno dei nostri: Sergio Gonella. Ritardò l’avvio perché René van de Kekrhof si era presentato con un polso ingessato. Era stato Daniel Passarella, il capitano, a protestare, indicandone il «pericolo». Gonella abboccò: e la fasciatura rigida diventò una benda.

A proposito di cambi. Negli ottavi della Coppa Italia 2020-2021, Roma-Spezia (e dai!), terminata 2-4 dopo i supplementari, finì 0-3 a tavolino perché i romanisti ne avevano fatti sei, uno in più del quorum consentito. È la pagliuzza che si ribella alla trave, il cavillo che si rivolta al castello di postille, i sensi che disarcionano il buon senso.

Ci mancava solo un banalissimo orecchino. Per carità, i problemi del calcio – e del mondo – sono altri, soprattutto in questo avventurato scorcio. La foto di Nzola con la mano che tortura il lobo ha fatto il giro del web, agitando reazioni e sentimenti che molti leoncini da tastiera non hanno esitato a definire «pietosi». Lo confesso: l’auto-espulsione di Nzola mi ha spinto a svaligiare la Treccani on line per capire quale fosse il lemma corretto, se orecchio o orecchia. Risposta: «Il maschile singolare “orecchio” è la forma più diffusa per indicare l’organo dell’udito, anche in senso figurato».

Sono schegge di un sistema che tollera quotazioni folli per modesti «manovali» di Serie C e, nel tentativo di smascherarle, ricorre a un sito e non a una norma. Il piercing di Nzola ne incarna il «tedio escenico». Se esagerare resta umano, infierire è scabroso. Meglio fermarsi, a un certo punto. E’ già bello e buffo così. Ci si accontenti di prendere atto che in questo caso, almeno, la realtà ha superato la fantasia, come confidò il giornalista Maxwell Scott al senatore degli Stati Uniti Ransom Stoddard in «L’uomo che uccise Liberty Valance», dopo aver scoperto che non era stato lui a sparare all’eponimo fuorilegge, «Questo è il West, signore. Dove se la leggenda diventa realtà, si stampa la leggenda».
E questa è l’Italia, signori, Paese di orecchianti.

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