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Nel caso Rabiot c’è la fine del calcio

Nel caso Rabiot c’è la fine del calcio

© “RABIOT” – FOTO MOSCA

Il calcio estivo è da sempre un gran film scritto bene. Hai voglia di stare incollato alla trama per provare ad anticiparne i punti di svolta, finisci sempre fuori strada, ingannato da uno sceneggiatore troppo acuto da sgamare.

Nel caso del nostro caro sport, è il calciomercato ha svolgere il ruolo di scriptwriter stagionale. Ogni mattina una gazzella si sveglia e sa che i giornali correranno più forte di lei, tutto ciò che sapeva è diventato obsoleto; c’è carne fresca e inaspettata.

Tra i casi eclatanti di questi giorni spicca quello che coinvolge il giocatore della Juventus Adrien Rabiot. Era già notizia da lasciarci a labbra aperte l’interesse del Manchester United nei suoi confronti: I Red Devils apprezzavano così tanto il ragazzo ex PSG, da sborsare ben 15 milioni di sterline per assicurarsi il suo cartellino, che tra un anno – essendo in scadenza – sarebbe valso zero, e a questo accompagnavano una rilevante offerta contrattuale: 7-8 milioni di euro all’anno per quattro o cinque anni.

Perché sorprendersi se un club di livello, che ha bisogno di rilanciarsi, prova a tesserare un calciatore di ancora 27 anni, titolare con Nazionale francese, e nei suoi tre anni a Torino, che è cresciuto nel club più forte di Francia, e ha un’esperienza internazionale da senatore parlamentare UE?

Perché i numeri di Rabiot non seguono la sua fama, e nemmeno la sua fame. È vero sia Sarri, che Pirlo, che Allegri, così come Deschamps in blues, hanno trovato per lui sempre un posto nell’undici fisso. Ma questo si spiega forse con una mancanza di alternative, perché i numeri non ci riescono.

Arrivato a Torino con le stigmate del ragazzo prodigio pronto a fare il definitivo salto di qualità, Rabiot non ha mantenuto le attese. Rabiot aveva ed ha gamba, prepotenza fisica, professione, discreta sensibilità tattica, abilità nell’intercetto, un buon tiro e buona di tranquillità – anche eccessiva – che gli permette di non subire lo stress; condita da una visione di gioco sufficiente. Ma non sa che farsene. O non sa come utilizzarle. O non vuole, o non ci riesce.

Fatto sta che le sue doti portate in campo con indifferenza, lo rendono un giocatore che sa fare un po’ tutto, ma in realtà non fa niente, almeno per la sua squadra, incapace di fare la differenza, cosa che scriviamola a caratteri cubitali: UN CENTROCAMPISTA CHE GUADAGNA 7 MILIONI ALL’ ANNO È CHIAMATO ASSOLUTAMENTE A FARE.

In circa 100, e più, presenze in maglia bianconera Rabiot ha siglato 6 gol e fornito 8 assist: una miseria. Mai è riuscito ad assumersi responsabilità tecniche e nemmeno tattiche, non lasciandoci di lui neanche un momento in cui è stato decisivo per il suo club. Chiedete ad uno juventino: cosa ti resta di Rabiot se andasse via? Vi direbbe un centinaio di palle perse davanti alla difesa per sonnellini frequenti. Nulla più.

Ma colpo di scena, i Red Devils che devono svegliarsi dal letargo cominciato dall’addio di Ferguson, vanno oltre le sieste del francese, e decidono di puntare su di lui per dare una nuova impronta al centrocampo di Ten Hag. A Rabiot è promessa un maglia da titolare e un ruolo centrale nel nuovo progetto olandese in Premier League. La proposta contrattuale iniziale di 7-8 milioni all’anno, per accontentare le rischierate del ragazzo, sale a 10 milioni. Emissari dello United arrivano a Torino per convincerlo. Meraviglia ma questo affare si farà.

Meraviglia passata, ce n’è una più grande. Mamma Veronique rifiuta, 18 milioni alla Juve e 10 al figlio sono pochi, per il valore del giocatore. Servono altri 10 milioni di commissione a lei medesima solo per aver curato l’affare. Il Manchester è in difficoltà. Rabiot rifiuta.

RABIOT RIFIUTA. Viene da chiedersi da che pulpito. Viene da chiedersi in quale direzione va il calcio. Sicuramente una strada biforcata, dove le prestazioni in campo non vanno più a braccetto con le richieste economiche. Calciatori che si siedono ai tavoli delle trattative come marchesi del Grillo: io sono io e voi non siete un c…o. Il valore del lavoro, dei numeri che va a farsi benedire. Quello dei soldi simile a quello delle noccioline, in un mondo in cui le difficoltà economiche aumentano, e non lo fanno gli stipendi dei comuni mortali anche se overperformanti. Procuratori che non fanno il bene dei propri assistiti ma solo quello delle proprie tasche, vizi, eccessi, sempre più tollerati. Verso la fine in fondo, perché i soldi, in fondo, alla fine finiscono, e il calcio è uno sport malato.

Il caso Rabiot sorprende ma fa riflettere. Non è la fine del film, ma rende il football prevedibile, come finirà sembra già scritto. Come una bolla scoppiata da ragazzini edonisti fuori controllo e chi tira le fila resterà lì a guardare.

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