È un Napoli infinito

Napoli infinito

Otto vittorie su otto partite giocate, come il Napoli di Sarri 2017/2018, come nessuna nei top five campionati. Otto su otto, per il secondo miglior attacco e la migliore difesa. Otto che poi capovolto nella simbologia è l’elemento dell’infinito, infinito come questo Napoli. Infinito termine non speso per eccessivo entusiasmo, ma per la dimostrata e oramai nota infinità di soluzioni a disposizione dei “nuovi” azzurri.

Gli altri, i granata, sono stati sempre gli stessi: una squadra di Juric. Un undici difficile da affrontare, proprio come il Verona che solo la scorsa stagione ha significato mancato accesso alla Champions. Proprio come allóra l’ha preparata bene il tecnico croato. Brekalo e Sanabria ostacolavano la prima costruzione dei centrali di Spalletti. Lukic e Mandragora – successivamente Kone dopo l’infortunio dello sfortunato centrocampista di Scampia – stazionavano davanti alla difesa ad impedire le incursioni di Zielinski e Anguissa. Ola Aina e Singo – un giocatore eccezionale – chiudevano le linee di passaggio diagonali su Politano e Insigne, rendendo impossibile lo sviluppo di gioco sulle corsie laterali. Bremer – altro prospetto da valutare con attenzione – seguiva Osimhen come un’ombra.

È stata una partita di duelli individuali, di uomo contro uomo. Una partita sporca, di quelle che puoi aggiudicarti – per l’appunto – sporcandoti a tua volta, essendo reale e non ideale. Una partita che il Napoli – quello di un tempo – avrebbe perso. E, invece, ecco che ritorna l’infinito e l’infinità. Un Napoli “nuovo” che non vuole più essere passato, soprattutto, non vuole essere un solo Napoli, sempre uguale a se stesso: finito.

Sono cambiati per prima cosa gli uomini rispetto alle gestioni precedenti. L’unico comune denominatore è Koulibaly. Però non è più il Napoli di Insigne, non è più il Napoli di Mertens. Non è più il Napoli del “se solo Zielinski trovasse continuità”.  No dall’immenso senegalese ora parte una spina dorsale che oltre lui comprende Anguissa e Osimhen. Gli appassionati Marvel avranno in mente l’immagine della tuta di Iron Man che trae energia da un mini reattore posto al centro del petto, se gli azzurri avessero un costume ricaverebbero energia dalla black power dei tre citati.
Il difensore è stato ancora una volta un guardiano della galassia, il centrocampista duro come il vibranio, un metallo che squarcia, l’attaccante ci ha fatto capire che se lo fermano in terra, attacca per aria.

Ma oltre gli uomini il concetto. È un infinito che ha poco a che vedere con i superpoteri, ma con l’idea di perseguire l’efficacia – è impressionante ci si riesca in maniera così agevole. Questa squadra è nata per costruire calcio, è un suo retaggio da tanti anni, di contraltare anche un suo difetto. Come Kryptonite che dà e toglie. Spalletti gli ha insegnato che i pregi o sono pregi o non lo sono. Puoi essere bello e vincere, a volte non puoi, quindi o lo sei e non lo fai, oppure lo fai (vincere) essendo altro da te stesso. A campionato inoltrato sembra chiara la scelta intrapresa.

È così che il Napoli che supera il Torino non riempie gli occhi, si distingue per una difesa solida, per buone soluzione tecniche nel momento in cui bisogna badare al sodo. È così che resta in piedi laddove sarebbe caduto. Un rigore sbagliato – l’ennesimo di Insigne -, un gol annullato per centimetri a Di Lorenzo, il palo di Lozano, un avversario scomodo, nel vecchio universo avrebbero significato un lunedì a leccarsi le ferite.
Ed, invece, con Air Osimhen si realizza un corto muso all’ottantunesimo sugli sviluppi di un’azione che ha la bellezza delle cose vere: cruda e ineluttabile, come questo Napoli.

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