Volevo essere Mario Sconcerti
È stato per una generazione di nuovi giornalisti uno dei principali punti di riferimento. In quegli anni ti dicevi: voglio essere Mario Sconcerti.

Non sono giorni felici per il calcio italiano. Ci ha lasciato prima Mila, guerriero dolce e burbero, e, ieri, Mario Sconcerti, un pezzo del giornalismo sportivo italiano. Un uomo nato, vissuto, fatto dello sport, grazie al padre Adriano procuratore di pugilato. La sua carriera giornalistica è cominciata al Corriere dello Sport a Firenze, da lì è passato a Milano e poi a Roma. Dal 1995 al 2000 è stato direttore di quella stessa testata, la sua prima.
Successivamente, ha assunto la direzione de’ Il Secolo XIX. Fondò lo sport di Repubblica portandovi Emanuela Audisio, Gianni Brera e Gianni Mura. Vice direttore della Gazzetta dello Sport, editorialista per Il Corriere della Sera, opinionista Sky Sport, Rai e Mediaset. Era un po’ ovunque Mario Sconcerti, in radio e in tv, sulla carta stampata. Lo volevano tutti, perché la sua conoscenza era smisurata, così come le sue intuizioni, il suo vocabolario, il suo essere tremendamente originale, contraddittorio, a volte poeticamente divisivo.
Negli ultimi anni si è scritto tanto sul suo conto, tante sono state le faziosità che ha sollevato. Lo si è accusato di mancanza di lucidità, onestà intellettuale, vecchiaia, di aver perso colpi, alcune uscite lasciavano perplessi. Ma semplicemente era uno che faceva incazzare, il che per un giornalista è forse il massimo dell’aspirazione: perché arrivi, perché hai nemici e se non ne hai forse non servi a molto.
Chi scrive, in questo momento, ad esempio confessa che a lui Mario Sconcerti è servito molto. Chi scrive, chi ha la fortuna di farlo adesso, di vestire questo ruolo, quando ancora soltanto sognava di parlare di sport, voleva essere Mario Sconcerti. Mario Sconcerti è stato per una generazione di nuovi giornalisti uno dei principali punti di riferimento, un esempio in toto. Chi ha più o meno la mia età, dieci o quindici anni fa, correva ad accendere lo schermo per ascoltarlo, per rubargli quegli autentici punti di vista, talvolta spiazzanti, strambi, che poi assorbiti trovavi, di fatto, geniali.
Si scendeva a comprare il giornale per leggere il trafiletto con la sua firma. Mario Sconcerti aveva una narrazione al di fuori del comune, mai banale, soprattutto ricca e ficcante, polemica da polveroni, divisiva. Non usava tecnicismi calcistici, ti arrivava discorsivo, forbito ma colloquiale, semplice ma ampio, di penna e di veduta. A lui piaceva meravigliarti con le parole, spiazzarti, a te piaceva che lo facesse, ti portava dove non saresti arrivato da solo e a dannarti: ma come ci è arrivato?
Come un maestro. Sotto le sue righe c’era un “non aveva paura di andare contro la corrente, racconta quello che vedi e se ti attaccano è la penna la tua arma, è la tua dialettica, difendi la tua posizione”. Lui l’ha sempre difesa in maniera sopraffina, ed è uno dei più grandi insegnamenti che si possa ricevere, soprattutto in quegli anni in cui ti dicevi: voglio essere Mario Sconcerti.
