La multa di Mourinho: i soliti «do di patto» all’italiana

Il caso Juventus ha insegnato che in Italia si può fare un po' quel che pare, mal che vada poi si patteggia: è così che se l'è cavata anche Mourinho.

Articolo di Roberto Beccantini18/12/2023

©️ “MOURINHO” – FOTO MOSCA

Patteggiò la Juventus, sul fronte stipendi, e ne ricavò un burrascoso meno dieci: troppi? troppo pochi? Ha patteggiato José Mourinho dopo l’arringa pre Sassuolo e se l’è cavata con una risibile multa di 20 mila euro. Niente squalifica. I suoi avvocati non hanno vinto: hanno stravinto. E se qualcuno o qualcosa ha perso (la decenza, per esempio), chi se ne frega. Non era un braccio di ferro tra giustizialisti e garantisti, tra baciavate e baciapile, tipico di un Paese prono e ballerino.

Era un caso legato esclusivamente a un groviglio di parole. Ora piume, ora rocce. Alla vigilia di Sassuolo-Roma del 3 dicembre, José l’aveva buttata lì: «Sono onesto e dico che mi preoccupa l’arbitro [Matteo Marcenaro di Genova]: lo abbiamo avuto tre volte come quarto uomo e non penso che abbia la stabilità emozionale per partite di questo livello. Non mi lascia tranquillo il profilo dell’arbitro e il Var [Marco Di Bello di Brindisi]: con lui abbiamo avuto spesso sfortuna e non abbiamo sempre accettato un determinato profilo di lavoro».

E poi il carico: «Con Marcenaro sicuramente Mancini prenderà un giallo al decimo minuto e sarà costretto a saltare la prossima gara per squalifica». Gianluca Mancini, per la cronaca e per la storia, non fu mai ammonito e la Roma, sotto di un gol, vinse – anche – per un rosso corretto a Daniel Boloca e un rigore altrettanto limpido su Rasmus Kristensen.

Punto e a capo. Ho stralciato le frecciate a Domenico Berardi dal momento che rientravano nel campo della critica e non del condizionamento: e comunque si trattava di un giocatore, non di un arbitro. Prova ne sia Gian Piero Gasperini: diede del tuffatore al Federico Chiesa della Viola senza incorrere negli strali della Procura. Il nocciolo della questione riguarda l’avviso ai naviganti e ai giudicanti, agli sceriffi che avrebbero dovuto amministrare la legge di «quella» ordalia. E qui entrano in ballo i lemmi, i suoni, i verbi. L’aggancio alla scommessa su Mancini – straordinario per timing vista la ludopatia dilagante – non è che si presti, oggettivamente, alle piroette delle traduzioni.

La «stabilità emozionale» [di Mercenaro] costituisce una pagliuzza rispetto alla trave che emerge dal contenuto e dai sottintesi. Ripeto: non è stato dopo Sassuolo-Roma 1-2, è stato prima. Insomma: un’orazione pre-ventiva, non post-ventiva. In un Paese normale sarebbe cambiato, o cambierebbe, molto: ma l’Italia è forse un Paese normale? Se Mou si fosse esposto in termini così gotici prima di un’edizione di Juventus-Roma avrebbe rastrellato ovazioni trasversali, e non solo titoli formato Galderisi, dalle edicole romane e romaniste, e confermato, tra parentesi, il «coraggio» che ne ha sempre orientato i comizi. Ma con il Sassuolino, uhm. Vero che pure lì, tra le zolle di Reggio Emilia, erano nascosti i milioni del quarto posto con vista Champions; resta il dettaglio che, come raccomandano le mamme e i papà, ci sono cose che si pensano ma non si dicono. Mourinho le ha dette perché le pensava.

Non ha rivali nella comunicazione, Mou. Dai prostituti intellettuali agli zero tituli ai pizzini affidati ai raccattapalle, l’ultimo la sera di Roma-Fiorentina 1-1. Corrida dalla quale uscì, a proposito, con due espulsi (Nicola Zalewski, Romelu Lukaku) e la bocca cucita. Memorabile, inoltre, la conferenza in portoghese, la madrelingua, per spiegare – sempre dal ventre del Mapei – il significato della filippica. Rettifica che, come tutte le smentite, equivale a una notizia data due volte. In parole povere (ma nette): brutto episodio. E la scappatoia dell’ammenda sarà un invito a mettere, sempre più, gli aggettivi avanti.

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