Sliding doors: da Paolo Rossi al Napoli a Max Allegri all’Inter

Non: e se domani, come cantava Mina. Ma: e se ieri? Da Pablito Rossi al Napoli, all'intreccio per Nordahl e Max Allegri in nerazzurro, storie di pagine mai scritte.

Paolo Rossi
Articolo di Roberto Beccantini19/02/2024

«Sliding doors» è diventato un luogo troppo comune per essere visitato con l’ingordigia dei turisti giapponesi. Le frasi fatte sono stazioni di una via crucis che proprio «crucis» non è, dal momento che non sarà mai dolorosa: al massimo, noiosa. E allora, per una volta, rovesciamo il concetto. Non: e se domani, come cantava Mina. Ma: e se ieri. Uno sguardo al passato, per mettere un po’ di (dis)ordine. Anche al nostro orgoglio di veggenti.

E se, nel 1979, Paolo Rossi avesse accettato l’offerta di Corrado Ferlaino? «Napule è», cantava Pino Daniele. Sul piatto, due miliardi e mezzo di lire. Da secondo a retrocesso, il Vicenza di Giussy Farina aveva un fottuto bisogno di soldi, dissanguato com’era stato dai 2.612.510.000 di lire (contro 875 milioni) spesi per strapparlo alle buste juventine di Giampiero Boniperti. Da Beppe Savoldi a Pablito. Pazza idea. I demagoghi insorsero, il sindaco Maurizio Valenzi si oppose: prima le fogne, poi il centravanti. Farina spifferò la notizia al «Corriere dello Sport-Stadio». Gino Palumbo, direttore della «Gazzetta» e intimo di Ferlaino, la prese come una pugnalata alla schiena e, per un anno, tolse il saluto all’Ingegnere. La soffiata contribuì a sabotare l’operazione. Paolo finì a Perugia. E il destino, come avremmo poi imparato dal bubbone del toto-nero, non gradì.

E se nel luglio del 1988 Rabah Madjer fosse andato all’Inter? Foto ufficiali, presentazione urbi et orbi: alé oh oh. L’Italia dei bar aveva scoperto il «tacco di Dio» a Vienna, la sera della finale di Coppa dei Campioni 1987: Porto due, Bayern uno. L’algerino e Juary capovolsero la trama. Se ne invaghì Giovanni Trapattoni, allenatore dell’Inter. Il presidente, Ernesto Pellegrini, perfezionò l’acquisto. Ma ecco il colpo di scena: le visite mediche evidenziano un «buco» a una coscia. Stop. Bye Bye Madjer (dirottato al Valencia). Spiazzati, Paolo Giuliani e Giancarlo Beltrami dovettero inventarsi una riserva all’altezza. Scelsero Ramon Diaz, a Firenze. «Nove» argentino dal tocco felpato. Da grigio ripiego ad abbagliante spalla di Aldo Serena. Pedine cruciali dello scudetto-record dei 58 punti. E Madjer? Rimase un sogno al brusco risveglio dal quale ci si ritrovò davanti a un sogno ancora più bello. Perché realizzato.

E se nel 1949 Gianni Agnelli non avesse «ceduto» Gunnar Nordahl al Milan? L’Olimpiade londinese del 1948 aveva stappato un «certo» John Hansen, danese, gran cannoniere, suggerito niente meno che da Vittorio Pozzo e subito reclutato da Madama. Hansen voleva con sé il connazionale Johannes Ploeger, un’ala di ruolo in parola con il Milan. Anzi: molto più che in parola. Tanto che al Diavolo, quando appresero del tradimento, diedero fuori di testa. Volarono insulti, altro che stile Juve. Scese in campo l’Avvocato. Non chiese scusa, fece di meglio (o di peggio): girò al Milan la prelazione su Nordahl. Morale: con il pompierone svedese, cinque volte capo-cannoniere, il Milan si aggiudicò due scudetti – il primo, nel 1951, a 44 anni dall’ultimo – mentre Ploeger, a Torino, ballò una sola estate.

E se nel 2021 Massimiliano Allegri avesse preferito la pista di Beppe Marotta? L’ennesima fuga di Antonio Conte, fresco di scudetto, aveva scombussolato i piani dell’Inter. Serviva un tecnico di polso: e «al volo». Marotta contattò Max, fermo da un paio di stagioni: lo conosceva dai tempi della Juventus, quando, nel 2014, l’aveva precettato d’urgenza per «parare» l’addio di Conte dopo tre titoli. E furono, d’infilata, altri cinque. Il Feticista ci pensò su: «Mi convince di più il progetto della Juve». E così Beppe telefonò a Simone Inzaghi, che stava cenando con Claudio Lotito, suo boss alla Lazio. Morale: allegri, sì, e pure parecchio. Ad Appiano, però.

 

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