Il Napoli non dà possibilità all’impossibile

Il pareggio tra Napoli e Roma affonda i sogni di entrambe le squadre. Gli azzurri non credono all'impossibile e non lo realizzano.

Napoli
Articolo di carloiacono19/04/2022

©️ “NAPOLI” – FOTO MOSCA

“It ain’t over ‘til it’s over”, ossia “Non è finita finché non è finita”, disse Yogi Berra, leggenda del baseball e dei New York Yankees, con i quali trascorse quasi tutti i 19 anni della sua carriera conquistando 13 campionati. Yogi, sapeva vincere e sapeva che le vittorie vanno inseguite fino all’ultimo respiro, perché potrebbe essere la tenacia di opporsi ad un destino già scritto a fare la differenza.

Il caso, ad esempio, oggi ci sveglia bruscamente, in questo martedì post-Pasqua, e ci dice che la Serie A è nelle mani delle milanesi, che si giocheranno prima la finale di Coppa Italia e poi il tricolore, perché il Napoli è fuori dai giochi, non ci ha creduto abbastanza.

È morto nei giorni della resurrezione, tra le mura amiche, dinanzi al proprio popolo, per mano dei romani. Napoli-Roma era un match dal grande valore per entrambe le squadre. Con una vittoria gli azzurri avrebbero superato l’ultimo scoglio del calendario e avuto la possibilità di giocarsi le possibilità di scudetto su terra ferma e pianeggiante, i giallorossi, invece, con tre punti avrebbero lanciato l’arrembaggio alla Juve quarta. È arrivato un pareggio che per entrambe ha la faccia di un iceberg per il Titanic: la nave dei sogni che affonda.

Un pareggio giusto? Assolutamente. Le due squadre si sono spartite la partita. Primo tempo firmato Napoli, secondo da gladiatori. È stato un match vibrante, intenso, equilibrato ai punti e nel risultato. Si è bilanciato nel lungo termine e plasmato intorno alle scelte degli allenatori.
É stato aperto da Spalletti in maniera magistrale con un “gambetto di donna accettato”, come si giocasse a scacchi. Perdo Osimhen, ma metto in trappola la Roma. Così è stato.

Il Napoli ha rinunciato dall’inizio a Zielinski e Mertens. Il piano gara era quello di occupare con movimenti dall’esterno verso l’interno lo spazio creato dagli strappi del nigeriano e di limitare la Roma nell’uscita dal basso, rallentandone la manovra e dunque depotenziandone la verticalità e l’ampiezza. È andato a buon fine. Abraham e Zaniolo sono stati dati per dispersi. Ibanez ci ha messo poco a perdersi la bussola e Lozano. Il messicano, oltre ad essere stato il migliore dei suoi nei primi 45’, è anche il maestro del taglio davanti all’avversario dopo avergli preso il tempo: o lo fai andare o lo metti a terra. Il difensore argentino ha fatto la seconda cosa, calpestandogli la caviglia. Rigore netto.

“Di Bello” c’è che se non ci fosse stato il VAR, non sarebbe stato fischiato. Contatto al minuto 7’, realizzazione dagli undici metri di Lorenzo Insigne al “undicesimo” (?1?!). Vantaggio e tranquillità azzurra, totale controllo in fase di pressing e possesso, non convertito, però, in occasioni gol. Rui Patricio fino al duplice fischio è preoccupato per l’andamento della gara ma non certo impegnato a tenerla aperta. Sono solo due i tiri prima dell’intervallo: un colpo di testa di Osimhen che (39’) bacia la traversa, ma della porta di Meret dopo un calcio libero di Pellegrini e un destro di Zalewski (46’) parato a terra dal portiere azzurro.

Alla ripresa cambia il timone, se non l’hai chiusa, te lo devi aspettare. Mourinho chiama fuori Cristante e inserisce Mikhitaryan, Pellegrini scala accanto ad Oliveira: lo Special One ha bisogno di un po’ di casino in mezzo. Il fato gli dà una mano, al 56’ Lobotka – che fino ad allora aveva toccato e gestito i palloni del Napoli come Warren Buffet controlla i propri investimenti – esce per infortunio muscolare. Spalletti se la rischia, non Demme (mediano per mediano) al posto dello slovacco, ma Zielinski. Peccato che Piotr è in versione Pasquetta ad Ischia. Bastano dodici minuti per capirlo e chiamare i rinforzi: Elmas e, questa volta, Demme, sostituiscono Lozano e Fabiàn.

Gli azzurri si impauriscono, sono in vantaggio e pensano di poterlo perdere.
La Roma lo capisce ed aggredisce, Spalletti ripiega, trema: all’83’ chiama in panchina Insigne (tra i migliori in campo) e Osimhen, dentro Mertens e Juan Jesus. Difesa a tre, si gioca di rimessa. Ma allora perché è uscito il nigeriano? Mistero della fede.
I cambi non pagano, anzi presentano il conto: salato come la ricotta. Al 91esimo gli avversari si spiegano da destra a sinistra. Pellegrini, velo di Mikhitaryan, mezzo tacco di Abraham, arriva il Faraone El Shaarawy (entrato al posto di Zalewski), sembra uscito da un sarcofago, perché nessuno l’ha notato: è solo, troppo, fa gol, facile.

È pareggio. È finita. Forse no, ma questa è la sensazione. L’impressione che anche questo anno non si farà più del dovuto. Una squadra da prime quattro, terminerà tra le prime quattro, agguantando la Champions, e niente di più. Sarà giusto, sarà quanto aspettato e conforme alle proprie potenzialità. Se pensi che sia impossibile, lo sarà.