L’inno del Liverpool alla «Casa bianca»: quando il tifo ha studiato la storia

Al termine di Real Madrid-Liverpool, dall’altoparlante del Bernabeu sono partite, a palla, le parole e le note di «You’ll never walk alone».

Articolo di Roberto Beccantini20/03/2023

© “KLOPP” – FOTO MOSCA

Quando si vince è facile essere buoni. Però non è che sia automatico o capiti spesso. È successo mercoledì 15 marzo – le celeberrime e famigerate idi di marzo – allo stadio Santiago Bernabeu di Madrid, la piazza San Pietro del calcio mondiale. Era in programma il ritorno degli ottavi di Champions League: Real-Liverpool. All’andata, in un altro tempio sacro, Anfield, i blancos avevano maramaldeggiato per 5-2, rimontando da 0-2. La qualificazione, dunque, era in tasca. Ci sarebbe voluto un miracolo, e non una semplice impresa, per profanare lo scarto.

Nel dettaglio: 1-0 per l’equipo di Carletto Ancelotti e pratica archiviata. Rete di Karim Benzema su assist «rasoterra» di Vinicius junior, il malandro brasiliano contro il quale, in periodi non proprio giurassici, aveva tramato e baruffato. Ma non è questo il punto. Il punto è che, al termine della sfida, mentre gli allenatori e i giocatori si salutavano, dall’altoparlante dell’arena sono partite, a palla, le parole e le note di «You’ll never walk alone». In pratica, l’inno del Liverpool nella tana del Real Madrid. Come se, al Maradona, dopo una vittoria sulla Juventus lo speaker del Napoli diffondesse l’inno di Madama. Oppure, al Meazza, sugli anelli di Inter o Milan scendesse il «Grazie Roma» di Antonello Venditti.

Li immagino, i conformisti dell’anti-conformismo, uheggiare alla plateale messa in scena di un popolo che adora un Dio-club troppo «caro» a Francisco Franco, in passato, per esibire patenti di cavalleria o signorilità. A San Paolo, ai tempi del dottor Socrates, nacque la democrazia corinthiana: non risulta che a Madrid sia mai esistita – all’interno dello spogliatoio, almeno – la democrazia madridista. Per tacere delle biglie che, negli anni Ottanta, volavano dalle gradinate senza «colpire» gli gnomi dell’Uefa, così lontani (ancora) dal Var e così vicini alla carta bianca del potere.

Sono d’accordo: non facciamone una cosa più grande di quella che è, ma la musica della «Kop», sparata sulle ceneri ancora bollenti dell’ennesima puntata di un’ordalia infinita, rappresenta un gesto di classe. Da signori. Non assolve e non cancella peccatori e peccati, politici e sportivi, è stata questione di un minuto, massimo due, gira su YouTube come colonna sonora di un attimo, eppure è un momento che mi tengo stretto. Soprattutto oggi che il fanatismo calcistico ha toccato picchi sciaguratamente religiosi, settari.

Non ricordo, fra parentesi, società tanto antropologicamente diverse: il Real, emanazione (anche) di una dittatura che gli fu diavolo e custode; il Liverpool, emblema di una città storicamente operaia e conflittuale. William S. Burroughs, ispiratore della beat generation, scriveva: «I buoni vogliono solo farsi gli affari propri e vorrebbero che gli altri facessero altrettanto. [I cattivi] non sono capaci di farsi gli affari propri perché non hanno affari propri cui badare. Per loro l’unico affare è impedire agli altri di farsi gli affari propri».

Ma chi sono i buoni e chi sono i cattivi, nello sport? Non sempre il gesso dei confini è netto, schietto. Non sempre chi studia il fenomeno, e i «fenomeni», ne viene a capo. Nel rispetto dei libri di testo e delle teste libere, l’autopsia degli istanti, cara a Javier Cercas, aiuta a sopportare la zavorra dell’isteria quotidiana, ingorgo di tribunali sociali e roghi social, gabbia di leoni da tastiera e domatori in maschera. Il 1° maggio 1988, Napoli applaudì il Milan olandese che aveva domato per 3-2 le fiere maradoniane, sfrattandole da uno scudetto ormai acquisito. In questo mondo di ladri e di bari, sono gesti rari. La torcida del Real era felice, la gente partenopea a lutto. Ci sono estremi che si toccano senza diventare estremismi. Godiamoceli.

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