I 120 anni della FIFA: fatta non fu a viver come bruta (però, spesso…)

Per il 120esimo anniversario della nascita della FIFA, Roberto Beccantini racconta genesi e deriva dell'organizzazione regina del calcio mondiale.

FIFA Infantino
Articolo di Roberto Beccantini20/05/2024

Fifa, cioè Fédération International de Football Association. Conta 211 soci, più dell’Onu (193). Domani saranno 120 anni. Nacque a Parigi, naturalmente. Il 21 maggio 1904. «Naturalmente» perché i francesi – «tra i francesi che si incazzano, tra i giornali che svolazzano», come canta Paolo Conte in «Bartali» – hanno inventato quasi tutto: l’Olimpiade con il barone Pierre de Coubertin; il Mondiale e l’Europeo di calcio con Jules Rimet e Henri Delaunay; la Coppa dei Campioni e il Pallone d’oro con Gabriel Hanot.

120 anni di FIFA

L’idea era venuta a Robert Guérin, giornalista come Hanot. Trasformò un pretesto, l’amichevole Francia-Belgio del 1° maggio 1904, in una scintilla. Con la Francia, i padri fondatori furono Olanda, Belgio, Svezia, Svizzera, Spagna e Danimarca. Per la cronaca, e per la storia, l’Italia si iscrisse nel 1905. Tra il 1912 e il 1913 cominciarono ad affluire i Paesi extra europei: l’Argentina e il Cile, il Canada e gli Usa. I presidenti sono stati non più di nove in oltre un secolo, dettaglio che ribadisce la tendenza viscerale al poltronismo cronico e iconico. Da Guérin a Gianni Infantino, avvocato calabro-svizzero, ex galoppino di Michel Platini all’Uefa: in carica dal 2016 al 2027. Per acclamazione. Ha moltiplicato i pani e i pesci, portando il Mondiale del 2026 da 32 a 48 squadre, e la Coppa del mondo per club addirittura a 32. Mica fesso.
Con il tempo, la Fifa è diventata una «old firm», una vecchia ditta pronta a barattare tutto con tutti, e tutti per tutto. Nessun italiano l’ha mai diretta. Colui che più le si avvicinò fu Artemio Franchi, gran visir dell’Uefa, deceduto il 12 agosto del 1983 mentre, in auto, si stava recando a Siena per reclutare un fantino in vista del Palio dell’Assunta. Per distacco, i boss più rappresentativi, nel losco e nel fosco, sono stati Joao Havelange e Joseph Blatter. L’ex nuotatore brasiliano, padrone dal 1974 al 1998; il colonnello svizzero, dal 1998 al 2015. Fino a quando la retata della Fbi, culminata nell’arresto di sette «papaveri», il famigerato «Fifagate», non lo costrinse alle dimissioni. Havelange è morto centenario a Rio de Janeiro, scortato nella tomba da corone di email scottanti e tangenti inquietanti. Sotto la sua gestione, il «marketing» si votò al «marchetting» – dei diritti tv, in particolare – aprendo il gioco ai giochi (di potere).
«Sepp», nome in codice di Blatter, ne ha compiuti 88 a marzo. Crebbe, devoto segretario, alla scuola di Joao. Un superbo cerimoniere, uno scaltro e ambiguo tessitore, al quale troppo si avvicinò Platini, che con il suo appoggio aveva sconfitto Lennart Johansson nella corsa al vertice dell’Uefa, gennaio 2007, a Dusseldorf, per non venirne bruciato e incenerito.
L’etica di Blatter era un’etichetta. Andrew Jennings, giornalista scozzese, gli ha cavato la pelle in un libro intitolato «Omertà» (dall’inglese «The dirty game»; Rizzoli, 2015). Imbattibile, in compenso, sul piano della comunicazione. Le sue interviste potevano essere ruffiane, mai banali. Dava sempre un titolo e, all’alba dei Novanta, la deriva tecnica dell’edizione italiana lo indusse a calibrare le regole sull’attacco, e non più sulla difesa. Esempio, il limite al retro-passaggio al portiere. Era ancora segretario, ma già regnava.
Detestava la tecnologia. Adorava le polemiche e, per questo, le zuffe, i processi in stile biscardiano. Avrebbe pagato perché le partite durassero settimane, mesi, anche se il braccio di Thierry Henry costò un Mondiale all’Irlanda del Trap. Si arrese, spintovi dagli sponsor, alla Goal line dopo il gol-fantasma di Frank Lampard in Germania-Inghilterra (4-1) a casa Mandela, nel 2010. Conoscendolo, ne soffrì molto. E molto offrì per evitare lo smacco. Ma ormai era tardi.

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