Esclusiva – Savoldi: “Napoli arricchimento della mia cultura”

Giuseppe Savoldi ha rilasciato un'intervista ai nostri microfoni parlando della sua esperienza di calcio e vita nella città di Napoli, fino ad arrivare al presente.

Articolo di Ruben Zaccaria20/06/2022

©️ “SAVOLDI” – FOTO MOSCA

Nato a Gorlago il 21 gennaio 1947, Giuseppe Savoldi si prende di diritto un posto tra gli attaccanti più forti della storia calcistica napoletana, che ha tramandato il suo nome fino all’odierna generazione. 77 reti in 162 partite nei quattro anni in maglia azzurra, con la quale ha vinto la seconda Coppa Italia della storia del club nel 1976. Capocannoniere di tale competizione per tre volte, di cui una indossando i colori partenopei, e della Serie A nel ’73, Savoldi passò al Napoli nell’estate del 1975 per la storica cifra di due miliardi di lire (comprendendo i cartellini di Clerici e Rampanti), divenendo il giocatore più pagato nella storia del calcio professionistico. Ai nostri microfoni, Savoldi ha rilasciato un’intervista parlando della sua esperienza di calcio e vita nella città di Napoli, fino ad arrivare al presente.

Quattro anni a Napoli: che esperienza è stata dal punto di vista professionale e personale?

“Innanzitutto io ho accettato questo trasferimento dal Bologna al Napoli perché arrivando a Napoli io pensavo di poter fare un salto di qualità, che poi dopo se è stato fatto o no lo decideranno gli altri. Comunque io andando a Napoli ho fatto un salto di qualità sia sotto l’aspetto calcistico e sia sotto l’aspetto della cultura, esperienza… non so come definirlo. Comunque mi sono arricchito, mi son fatto un’esperienza incredibile, una cosa eccezionale perché Napoli non ti può dare il niente, ti può dare grandi cose, delle cose eccezionali perché è ricca di tutto. È una città che ha una storia sotto un aspetto culturale e ha una storia sotto l’aspetto del vivere le cose di tutti i giorni e soprattutto poi quello calcistico.

Io ero arrivato a Napoli per vincere lo scudetto. Venivo dopo l’anno in cui il Napoli era arrivato secondo dietro la Juventus per quegli episodi particolari che sappiamo tutti. E quindi il Napoli pensava, giustamente o no, questo non lo posso dire io, di prendere un giocatore che garantiva annualmente un certo numero di goal per poter vincere lo scudetto. Non è stato proprio così e questo mi è dispiaciuto molto perché non son riuscito a realizzare i sogni di Ferlaino innanzitutto, della squadra di Vinicio e soprattutto della tifoseria, però nel calcio succede questo. Questo mi dispiace tantissimo. La vittoria della Coppa Italia? Dopo la vittoria almeno mi rimane questo, aver contribuito a dare, ad acquisire un prestigio, un contributo alla vittoria della Coppa Italia, almeno mi rimane questo”.

Come hai vissuto l’etichetta “Mister due miliardi” che ti fu affibbiata tra le polemiche per l’elevato costo del trasferimento?

“Io sono arrivato con un grande senso di responsabilità perché il Napoli avendomi pagato quella grossa cifra chiaramente aveva messo in quel contesto nei miei confronti una carica di responsabilità che non potevo deludere. E quindi io dovevo dare il meglio di me stesso e quindi questo mi ha dato una carica eccezionale per potere fare bene e dare il meglio”.

Arrivi a Napoli con Vinicio ad attenderti in panchina, quanto è stata di impatto nel calcio italiano la sua presenza rivoluzionaria e come è stato lavorare con lui?

“Vinicio, come hai detto giustamente tu, è stato un rivoluzionario sotto questo punto di vista perché è uno tra quelli che ha portato il calcio olandese e di fatti quello che ha fatto un po’ una rivoluzione nei sistemi del gioco all’italiana. Quello del catenaccio, difensore in marcatura, un libero dietro e difendersi e poi ripartire in contropiede. Invece lui – come del resto altri, adesso non sto qui ad elencarli quei 3 o 4 che ricordo hanno fatto un po’ la storia di questo cambiamento del calcio italiano – è stato quello che ha proposto alla squadra di giocare non per difendersi ma per attaccare. Quindi riprendendo quello che è il calcio olandese.

Quindi io sono arrivato a Napoli e ho vissuto questo cambiamento perché dal Bologna al Napoli c’è stato veramente nel mio modo di intendere il calcio un cambiamento. Però quello che mi ha lasciato così è il non essere riuscito a raggiungere questo obiettivo che Ferlaino, la società, Vinicio e la squadra si erano preposti di poter raggiungere. infatti Vinicio diceva mi dispiace perché non siamo stati quelli dell’anno scorso, quelli che dovevamo essere in questo campionato. Siamo venuti un po’ meno e quindi ci è mancato un po’ un qualcosa per riuscire a raggiungere quegli obiettivi.

Squadra a fine ciclo? Effettivamente è stato un po’ così. Insomma, i giocatori avevano dato tutto, in poche parole quello che avevano da dare l’hanno dato quindi nessun rimprovero, sia ben chiaro, però è un fatto generazionale che a un certo punto non solo il singolo giocatore ma anche la squadra viene meno non solo fisicamente ma viene meno anche a livello psicologico. Mentalmente quindi quella squadra è arrivata scarica per raggiungere quegli obiettivi.

Adesso io non voglio mica togliermi le mie colpe, sia ben chiaro (ride, ndr), però siamo arrivati a non avere più quelle motivazioni, quegli stimoli, quella carica agonistica, quella fisicità che servivano per raggiungere quegli obiettivi. Difatti dopo due anni Ferlaino ha cambiato totalmente squadra, ha rivoluzionato un po’ tutto, sono andati via un po’ tutti e ha fatto una squadra di giovani”.

Due anni dopo la vittoria della Coppa Italia del ’76, avete raggiunto un’altra finale nell’edizione che ti ha visto protagonista da capocannoniere con in panchina Gianni Di Marzio, venuto purtroppo a mancare nel mese di gennaio. Puoi raccontarci l’esperienza con Di Marzio?

“Racconto una cosa così faccio capire tutto quello che c’era con Di Marzio, il rapporto che c’era con Di Marzio. Io agli allenatori, molto rispettoso, ho sempre dato del lei, c’era questo tipo di rapporto. Con Di Marzio, una sera improvvisamente mi ha invitato a casa sua a cena. Io mi sono sorpreso perché non mi era capitato che un allenatore mi invitasse a cena a casa sua, non una cena magari in mezzo a della gente, degli amici, in un contesto particolare di un compleanno o di altre cose. C’eravamo solo io e mia moglie e lui con sua moglie e una cosa del genere non mi era mai capitata nella mia esperienza calcistica. In quella occasione chiaramente mi ha chiesto di dargli del tu. Sono diventato, tra virgolette, amico del mio allenatore. Lui mi ha responsabilizzato al punto di essere suo amico, cosa che non mi è mai capitata”.

Passando a tempi più recenti, l’era De Laurentiis ha visto due giocatori straordinari come Cavani e Higuaín. Condividendo con loro il ruolo di attaccante, chi ti ha impressionato di più tra i due?

“Cavani sicuramente, Higuaín sicuramente, però ci sono stati dei giocatori precedenti che mi sono sentito in loro perché loro hanno potuto dare quello che io non sono riuscito a dare, io personalmente o quella squadra; che hanno raggiunto poi gli obiettivi del Napoli: Careca, Giordano, sicuramente io mi rifaccio a quelli. Parlando di Cavani, di Higuaín, dico che Cavani che anche quegli anni lì con Mazzarri ha saputo trovare e dare soprattutto un’identità a quella squadra. Higuaín con quella squadra lì non poteva non fare bene, è stato un giocatore incredibile, un giocatore che non poteva non fare bene perché aveva attorno a sé dei giocatori che l’hanno messo nelle condizioni di fare delle cose incredibili che ha fatto. Perciò bisogna guardare dal mio punto di vista, visto che sono stato non solo giocatore ma ho fatto l’allenatore a livello di Serie C per dieci/dodici anni, anche un discorso di atteggiamento, di comportamento, di relazione con tutta la squadra. Quello che lui ha fatto in funzione anche di quella squadra lì.

Di nuovo, da attaccante ad attaccante: una tua analisi su Osimhen?

“Allora, Osimhen fa reparto da solo, è bravo a fare tutto. Adesso ha imparato a tenere palla, prima prendeva delle gran botte e non riusciva a difendersi. Ha imparato a difendersi, più che a difendersi a difendere palla, a tenere la palla e far salire la squadra. Poi ha una grande velocità, ha un senso del goal, ha un’elevazione che è stratosferica e quindi per me questo è un giocatore completo. La cattiveria agonistica serve nel calcio italiano in tutti i momenti della partita e lui ormai l’ha acquisita ed è consapevole di quello che deve dare alla squadra e secondo me è il massimo che un numero 9 può avere”.

Dei 14 goal in campionato, Osimhen ne ha segnati ben 7 di testa, con pochi palloni ricevuti sui piedi da poter scaricare in rete. Al Napoli manca un rifinitore?

“Dipende dalle situazioni: io ho visto che Spalletti sa sfruttare al massimo i giocatori che ha disposizione, in una gara “normale”, se poi c’è una partita che ha bisogno di quel trequartista, di quel rifinitore, di quel regista è chiaro che manca al Napoli”.

In conclusione, tornando alla sfera personale, se dovessi scegliere un momento significativo della tua esperienza a Napoli, quale ci racconteresti?

“Non è che c’è stato un momento, c’è stato un periodo, io ho vissuto 4 anni a Napoli, sono arrivato come un, non so come definirlo, come un messia, non lo so (ride, ndr), comunque come uno che poteva fare miracoli e poi alla fine sono andato via senza nessun rimpianto credo. Ma questo ti fa capire quel rapporto che dicevo prima, che Napoli non è un’entità così, che vive il momento, è un’entità che vive di determinati momenti e sa capire quali sono i momenti belli in cui esserci, eccitarsi, e capire anche quali sono i momenti in cui purtroppo le cose non vanno bene.

E io in quel momento che sono andato a Bologna tutti avevano capito che ormai l’idillio era andato male, era iniziato bene come tutte le cose nella vita possono iniziare bene e finire. È una consapevolezza, è un’esperienza che ho avuto a Napoli che mi è servita, non solo come giocatore ma anche come uomo. I miei 4 anni, quello che ho vissuto a Napoli sono veramente un fatto di cultura, mi ha lasciato qualcosa. Napoli è stata un arricchimento della mia cultura“.