Roberto Baggio, i 55 anni di un codino solitario e speciale
I 55 anni che Roberto Baggio ha compiuto il 18 febbraio sono una tacca sulla macchina del tempo che tutto divora e non tutti nasconde.

I 55 anni che Roberto Baggio ha compiuto il 18 febbraio sono una tacca sulla macchina del tempo che tutto divora e non tutti nasconde.
Il primo gol in Serie A, quando ancora giocava a Firenze, lo segnò proprio a Napoli, al Napoli. E non in una domenica banale: la domenica del primo scudetto. Il 10 maggio 1987. Su punizione: non una di quelle che s’infilano all’incrocio e accendono i paragoni; una furba, rimbalzante, a mezza altezza, e per questo ambigua, maliziosa. Ma sì: maledetta.
Per Lodovico Maradei, firma storica della «Gazzetta dello Sport», Baggio sarebbe stato la nostra risposta a Diego Armando Maradona. Lo frenarono, esclusivamente, gli infortuni, le ginocchia invase e saccheggiate dai chirurghi. Il Divin Codino è stato di tutti senza essere di nessuno. Ha girato Vicenza, Fiorentina, Juventus, Milan, Bologna, Inter, Brescia. Dalla provincia in su: il terzo stato, il ceto medio, l’aristocrazia.
Michel Platini lo definì un «nove e mezzo», un po’ centravanti e un po’ mezzala, una somma di «quasi». Litigò con Renzo Ulivieri a Bologna, con Marcello Lippi all’Inter e con Giovanni Trapattoni che, ct, lo escluse dal Mondiale nippo-coreano del 2002 preferendogli Cristiano Doni. Non si fidava del suo fisico.
Chiuse in bellezza a Brescia, nella bottega di Carletto Mazzone e Gianni De Biasi. È stato un grandissimo inviato che non ha voluto fare il direttore. Un solista, un solitario, tutto Caldogno e dintorni, una Camelot ristretta, un tipo trasversale, buddista cacciatore, genio delicato, malinconico. Ha sempre creduto nell’arte e nella libertà del calcio, nei gol anti-schemi così come ci sono gli anti-furto, e non nel calcio scienza, il calcio delle bacchettate sulle chiappe del dribbling.
«Ma questo è pazzo», mimò ad Arrigo Sacchi mentre usciva durante Italia-Norvegia al Mondiale del 1994. Avevano appena espulso Gianluca Pagliuca, bisognava toglierne uno per far entrare Luca Marchegiani. Dai ray-ban di Arrigo lampeggiò un nome. Il suo. Segnò l’altro Baggio, Dino, e lo sgarro diventò cabaret, sepolto dal «coniglio bagnato» che, perfido, gli inflisse l’Avvocato.
Dai 205 gol distribuiti ha ricavato la «miseria» di due scudetti, il primo della Triade juventina, nel 1995, e l’ultimo di Fabio Capello al Milan, nel 1996. È stata la Nazionale, con 27 reti in 56 partite, a consacrarlo ponte e non muro. Le serpentine delle notti magiche, gli squilli che ci portarono in finale a Pasadena, contro il Brasile che avrebbe poi dedicato il trionfo a Ayrton Senna. Ma anche il rigore sparato in cielo nella fornace Usa e getta (appunto) o quel quasi orgasmo contro la Francia, a Parigi, nel 1998, a pochi centimetri dal più fragoroso dei golden-goal.
Provò a essere dirigente, non ci riuscì. Pallone d’oro nel 1993, quando alzò la Coppa Uefa della Juventus, era un orso che fuggiva in Argentina per scappare dalla normalità del banale che rincorreva nella vita e detestava in campo. Come quel pomeriggio al Delle Alpi, nel corso di Juventus-Brescia 1-1. La sfida dei due Carli: Ancelotti, Mazzone. Lancio di Andrea Pirlo. Verticale, a parabola. Forse era stato Roberto a dettarlo, forse Andrea a indicargli il sentiero. Lo trovate su Youtube. Non è il gol, in sé, a cantare e incantare. È lo stop a seguire con cui Roby manda al bar Edwin Van Der Sar: tecnica allo stato puro, da fuoriclasse nel senso letterale e letterario del termine, «fuori dalla classe». In quello sbuffo si agita il respiro dell’emozione, caro a Eduardo Galeano, mendicante di sogni.
Jorge Valdano sostiene che «il talento nel calcio suscita sospetti. Il muscolo è innocente». Persino con Azeglio Vicini, Roberto Baggio partì riserva e riserva tornò, per la semifinale con Diego. Tutti gelosi, dal destino in giù. Tutti, tranne il popolo.
