Napoli: è un’agonia!

Cosa significa rappresentare il Napoli? Cosa significa vestire questa maglia? Cosa significa scendere in campo al Maradona? Lo hanno dimenticato tutti. 

Napoli, De laurentiis, BariFoto Mosca
Articolo di carloiacono21/04/2024

Peggio che la fine – attualmente agognata – c’è solo l’agonia, quella che caratterizza questo finale di stagione e che il Napoli, ieri ad Empoli, ha dolorosamente prolungato. Gli azzurri sono caduti anche al Castellani, uno a zero per i padroni di casa. È un risultato che non sorprende, perché gli uomini di Calzona, come dicevamo per la corsa all’Europa, sono incapaci di competere. Di “squadra” hanno soltanto la forma, non la sostanza, né il significato. Sono tutta apparenza, quella che crolla dinanzi all’essenza avversaria. 

Ha segnato Cerri, al quarto minuto di gioco, per l’Empoli. La punta, scuola Parma, non trovava la rete da tre anni. Era il 2021, indossava la maglia del Cagliari. Dal quinto minuto di gioco al 95esimo, il Napoli ha avuto il tempo per rimettere il risultato sui binari giusti. Non è stato in grado di farlo, né ci è andato vicino. Ha avuto il 73% di possesso palla, tirando in porta una sola volta e centrale con Osimhen. Ha ottenuto la decima sconfitta in campionato, su 33 gare non si faceva peggio dal 2009/2010. 

I numeri sulle sconfitte in trasferta e le reti consecutive subite rimandano, addirittura, alla stagione 1997/1998. Quella dei quattro allenatori, del diciottesimo posto, della retrocessione. 

Numeri horror, come questa annata, come le immagini che sembrano scorrere nelle pupille di quegli ex campioni. Le loro espressioni facciali, la delusione, l’impotenza. Il Napoli fa tenerezza, perché è diretto verso la fine ma non riesce a trovarla. È uno strazio che va avanti e si fermerà solo e soltanto quando la matematica condannerà gli azzurri, quando l’accesso alle Coppe non sarà più alla portata. Quando morirà l’ultima – la speranza – svanirà il dolore e questo gruppo, mai stato gruppo, si lascerà andare al suo naturale termine: la disgregazione. 

Ognuno per sé. Da agosto si è scesi, dandosi la mano, centinaia di scale fino all’abisso. Ad Empoli lo si è toccato. Più in fondo non c’è nulla, ed è quello che resta al Napoli: il vuoto. 

Ma come riempirlo nuovamente? De Laurentiis è stato un condottiero visionario, ha preso il Napoli per un tozzo di pane e ci ha messo sopra il foie gras. È stato davvero lui il “nostro” Cavani. È stato Presidente, dirigente, padre, allenatore. Ha fatto le fortune sue e della squadra con un’energia e una lungimiranza degna di un personaggio storico, un Napoleone. Fosse ancora quell’uomo sarebbe capace di farlo ancora. Ma lo è?

Lui che ha creato le condizioni d’esistenza del suo impero, il contesto, oggi – tramite le esternazioni, le uscite pubbliche, gli annunci – sembra fuori contesto, ed è l’unica cosa che serve nuovamente: un realtà azzurra. 

Non saranno dei nuovi giocatori, non sarà un nuovo allenatore, non sarà una persona a rendere nuovamente “Napoli” il “Napoli”. Nè Kim, né David, né Conte, né Gasperini. Si deve ripartire dalle ceneri, dall’identità. Cosa significa rappresentare il Napoli? Cosa significa vestire questa maglia? Cosa significa scendere in campo al Maradona?

Lo hanno dimenticato tutti. 

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