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Il posto nella storia di Filippo Ganna

Ganna

Nella magica estate delle sport italiano, che verrà ricordata per chissà quanto tempo, anche da chi è sempre stato allergico all’argomento, si è conquistato un ruolo da protagonista Filippo Ganna.

In agosto ha vinto l’oro olimpico, trascinando il quartetto dell’inseguimento, con un finale di gara straordinario, nel senso letterale del termine (4 agosto); in settembre, dopo l’argento europeo nella prova a cronometro di Trento (giovedì 9, alle spalle dello svizzero Stefan Kung) e il successo nella cronostaffetta, si è confermato campione del mondo, sempre nell’individuale contro il tempo (domenica 19), bissando il titolo del 2020. E questa volta lo ha fatto pedalando alla media di 54,380 km/h in trasferta, sulle strade delle Fiandre, davanti a due belgi (Wout Van Aert e Remko Evenepoel).

La sua stagione è lontana dalla conclusione, visto che lo aspetta ancora il Mondiale su pista (20-24 ottobre nientemeno che a Roubaix), dove correrà la prova individuale e quella a squadre. Venticinque anni, compiuti il 25 luglio, piemontese di Verbania, sei maglie iridate in bacheca (due su strada a cronometro, quattro nell’inseguimento su pista), 16 vittorie da professionista, quando corre contro il tempo ricorda l’inarrivabile Fausto Coppi, capace di vincere (tutto) su strada e (molto) su pista (doppio titolo mondiale dell’inseguimento nel 1947 e nel 1949) e di stabilire il record del mondo dell’ora (45,871 km, poi rettificato in 45,798 km), pedalando sulla pista del Vigorelli sabato 7 novembre 1942, mentre la città era continuamente scossa dagli allarmi aerei.

Ganna proverà a conquistare il primato dell’ora, che è di Victor Campenaerts (55,089 km), nel 2022 e fa impressione paragonare la bici spaziale di Filippo con quella del campionissimo o ricordare che il primato di 79 anni fa era stato ottenuto indossando una maglia di allenamento con cinque tasche (tre dietro e due davanti) e un casco imbottito di feltro. Alla faccia dell’aerodinamica.

Per la storia, sarà forse interessante ricordare che se Coppi era tornato a correre dopo la guerra e l’esperienza della prigionia, era perché a Napoli aveva trovato la prima soluzione ai suoi problemi, nella primavera 1945.

Raccontava Gino Palumbo, fondatore di Sportsud nel 1953 e poi direttore della Gazzetta dello Sport: «Credo di essere stato il primo giornalista a rivedere Coppi dopo la prigionia. Allora ero redattore sportivo della Voce, quotidiano napoletano del pomeriggio. Un giorno un fattorino bussò alla mia porta: “Fuori c’è un militare. Dice di chiamarsi Fausto Coppi e vuole parlarle”. Lo feci entrare.

Aveva una divisa color kaki ed era magrissimo. “Sono qui per chiederle una cortesia. Vorrei riprendere a correre, ma non ho una bicicletta. Quella militare con le gomme piene mi provoca solo dolori. Il suo giornale mi può aiutare? La Voce era povera, non potevamo consentirci di comprare una bici. Allora lanciammo un annuncio: date una bicicletta a Fausto Coppi. Nel giro di una settimana, ci arrivarono tre risposte. Scegliemmo la bici di un falegname di Grumo Nevano, il paese della balia di latte di Vittorio Emanuele III. Si chiamava Davino. Venne al giornale, consegnò la bici a Fausto e lui se lo ricordò per tutta la vita».

Ganna non ha di questi problemi. La sua Pinarello è un bolide meraviglioso, ma come dicevano i grandi del ciclismo di un tempo «ci vogliono le gambe». Ganna, come Coppi, le ha e si vede.

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