L’incompiuto Fabio

Fognini avrebbe potuto competere con i palmares di giganti del suo sport, con Federer, Nadal, Djokovic, solo che avesse coniugato le indubbie qualità genetiche alla voglia irresistibile di trasformarle in grinta, in dimensione umana di vincente.

Articolo di Luciano Scateni21/10/2022

Cosa non quadra nel binomio Fognini-vetta dell’Atp mai scalata fino sul picco più alto: quell’aria di bel ragazzo al limite del narcisismo, le comunicazioni non verbali, il calcare terra battuta ed erba come “non son fatti miei, ora vi insegno la bellezza di un lungo linea in contropiede, la finezza di uno slice imprendibile, il tocco magico della palla corte, la ‘danza’ elegante della veronica, la precisione prepotente dello smash. Non a caso, i media al 50 o più % nel solco della storica tradizione di ‘Grand Hotel’, hanno ospitato il privato del giocatore nato nella città del festival canoro nazionale, la sua love story con la signora Pennetta, tennista di eccellente livello e di aspetto da star.
Sicuramente non c’è malizia nel dopo partita di Fabio, nel suo attrarre la curiosità professionale di fotoreporter e giornalisti al seguito del tormentato torneo di tennis che Napoli ospita nel salotto buono del lungomare, immagine televisiva che lo ha proposto al mondo come nessun altro: neppure il prestigioso Wimbledon può competere con lo scenario baciato dalla natura del golfo di Partenope.

La minaccia del cambiamento climatico incombe, a dispetto dell’ottobre inoltrato, il buon Fabio, pesca nella memoria le immagini dei nordici che si tuffano in acque ghiacciate dell’Artico e voilà, dismessa la divisa di gioco, si tuffa nel mare che lambisce la via Caracciolo. L’evento, immortalato puntualmente dai fotografi e raccontato da social e stampa è un simpatico episodio e contribuisce a evidenziare le attraenti peculiarità di Napoli, ma acuisce il rammarico per il tennista italiano di più conclamato talento (solo Panatta lo ha preceduto) che avrebbe potuto competere con i palmares di giganti del suo sport, con Federer, Nadal, Djokovic, solo che avesse coniugato le indubbie qualità genetiche alla voglia irresistibile di trasformarle in grinta, in dimensione umana di vincente.

La memoria torna malinconicamente alle vittorie mancate, alla sua labilità nervosa, congiunta all’incomprensibile disimpegno nei momenti cruciali di scontri epici, a quell’aria disincantata di uno che pensa ‘ma sì, chi se ne frega di vincere, conta il mio imprendibile passante del terzo game”. Quante racchette spaccate scaraventate in terra, litigi con gli arbitri, doppi falli per deficit di concentrazione, tie-break lasciati al ‘nemico’ dopo un diritto facile, facile, spedito in rete. Sul cemento dell’Arena, che teme l’umidità (!) il Fognini della prima vittoria del torneo napoletano (in tre faticosi set sul francese Grenier, tennista da circuiti minori) è sceso in campo con alle spalle la distraente e gli auguriamo piacevole vacanza di cinque giorni da turista, con moglie e prole. Non proprio quanto prescrive il manuale del tennista perfetto, ma scelta legittima dopo tanti anni di tennis in giro per il mondo, allenamenti quotidiani e l’anagrafe che gli ricorda di aver festeggiato i primi trentacinque anni.

Domanda: perché nessuno ha spiegato che in questi esordio di un autunno anomalo, se la temperatura è da primavera inoltrata, a sera l’umidità è nemica del fondo in cemento e altrove, non a caso, i tornei pre-invernali si giocano in strutture coperte?
Il secondo turno di Fabio contro Carreno Busta si è fermato sul tre a zero in favore dello spagnolo. Manifestazioni e fischi per eccessi di intemperanza di Fognini, giustificati dalle pessime condizioni del campo. [Fabio Fognini è considerato uno dei più grandi giocatori italiani di sempre, vanta come migliore classifica ATP il 9º posto in singolare, specialità dove è stato numero 1 italiano per un totale record di 292 settimane (Wikipedia)].

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