È cominciato il Mondiale dei diritti negati (ma scoperti “solo” 12 anni dopo…)

Il Mondiale è sempre il Mondiale. Saremo tutti Juan Cuadrado: simuleremo di aver imparato, in un mese, fatti e misfatti noti da qualcosa come 12 anni; fingeremo che lo sport unisca e il denaro serva.

Articolo di Roberto Beccantini21/11/2022

Qatar-Ecuador 0-2 ha stappato il Mondiale di noi esploratori del giorno prima e censori del mese dopo. Abbiamo scoperto, per esempio, che il calcio va dove lo portano i soldi. Ma no. E che in Qatar i diritti umani proprio garantiti non sarebbero. Perché, scusate, lo erano in Argentina ai tempi di Jorge Rafael Videla o nella Russia di Vladimir Putin, teatro dell’ultima edizione?
La designazione risale al 2 dicembre 2010. Con 14 voti, al quarto scrutinio, l’Emiro sconfisse gli Stati Uniti fermi a 8. Presidente della Fifa era Sepp Blatter; e dell’Uefa, Michel Platini. Il «Guardian», uno dei giornali che più hanno scavato e scoperchiato il marcio, sarà regolarmente sul pezzo: per parlare, anche, dell’Inghilterra, di calcio. Scusate, ma il Paris Saint-Germain, che io chiamo Paris Saint-Qatar, non ha insegnato nulla? Non era una traccia poi diventata sentiero poi diventato rotta che ci avrebbe portato, per forza, al deserto più esclusivo che inclusivo di Doha?

Nel 1934, quando ancora si chiamava coppa Jules Rimet e l’organizzammo noi, al potere c’era Benito Mussolini, e non è che il fascismo fosse, per giocare con nomi e sigle a cavallo dei secoli, un bivacco delle libertà. Gli arbitri ci stettero vicino con la discrezione delle scorte mansuete perché ammaestrate. E nel 1938, l’anno del bis, con la Francia a Parigi la nazionale di Vittorio Pozzo si presentò rigorosamente in nero, fischiatissima.
Il duce usò il calcio come adrenalina: per aizzare un popolo di smidollati (diceva lui). Videla, nel 1978, lo impiegò viceversa come oppio: per confondere l’attenzione, per distogliere gli occhi del pianeta dagli orrendi crimini che la dittatura militare stava perpetrando attorno agli stadi, o nel fondo dei loro misteriosi antri. Pecunia non olet.

Se uno Stato possiede la squadra di Leo Messi, Kylian Mbappé e Neymar, perché mai non potrebbe concedersi il trastullo di comprarsi un Mondiale? Ne ha scritto persino Massimo Fini su «il Fatto quotidiano». Considera un clamoroso e fragoroso autogol, questa fissa di buttarsi sui soldi, sempre e comunque: nel rispetto della quantità e a spregio della qualità. Meglio tardi che mai. Sulla terra, notizia del 15 novembre, siamo otto miliardi. Il primo Mondiale, nel 1930, lo ospitò un francobollo di 3 milioni e mezzo di abitanti, l’Uruguay. Si giocò in una città sola, Montevideo, vi presero parte 13 nazioni, vinse la Celeste. Oggi, le nazioni coinvolte sono 32. Dal 2026 passeranno a 48 e ci si dividerà addirittura fra Canada, Messico e Stati Uniti. Per la cronaca, e per la storia, i Paesi membri dell’Onu sono 193, mentre le Federazioni affiliate alla Fifa, 211. Proprio per questo qualche matto ha pensato di accorciarne la cadenza.

Ogni due anni, non più ogni quattro. Vi lascio immaginare la ola dei Cagliostri del doping, Per fortuna, lo sproposito è stato parcheggiato. Nella speranza che possa resistere agli agguati che la cricca di Gianni Infantino (o «Infantile»?) medita di replicare. Il gigantismo galoppa, il calendario maggiorato altro non è che la bilancia scelta per appagare la domanda di gloria e pagare le tonnellate di stipendi. Alessandro Manzoni scriveva: «Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».
Il Mondiale è sempre il Mondiale. Saremo tutti Juan Cuadrado: simuleremo di aver imparato, in un mese, fatti e misfatti noti da qualcosa come 12 anni; fingeremo che lo sport unisca e il denaro serva. Insomma: faremo i conformisti dell’anti-conformismo. In balia di emozioni e pulsioni. Con l’Argentina favorita. Con Leo Messi e Cristiano Ronaldo per l’ultima volta in vetrina. Polvere di stelle, polvere di svago.

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