Da Kakà a «Kvara chi?»: quando il nome ci fa sorridere (e poi sorride di noi)

Da Ricardo Kakà fino a Khvicha Kvaratskhelia, due destini che si incrociano tra scherzosi giochi di parole e l’incanto del prato verde.

Articolo di Roberto Beccantini23/08/2022

©️ “KVARATSKHELIA” – FOTO MOSCA

Oggi pronunciare o scrivere Moenchengladbach è una passeggiata, ma negli anni Settanta, prima e dopo la lattina interista, era una tortura. Chiamavi il giornale, ti facevi passare gli stenografi (che poi erano i dimafonisti) e cominciavi a dettare: M come Mantova, O come Omar (io; come Otranto, gli altri) fino alla H di hotel. Un esercizio fachiresco, accentuato dal calvario di un’eventuale ripetizione e del tempo tiranno. In quei casi ci si affidava alla clemenza di colui che stava ricevendo il pezzo: Moencheneccetera, devo ripetere? Per un «no, grazie: me lo hai già sillabato» si pagava in cartoline o gagliardetti. Per un «sì, grazie: è meglio» meditavi rappresaglie.

L’avvento dei pc ha snellito il processo, digiti e invii: al massimo sbagli la grafia, ma non devi più farti carico di quella zavorra linguistica, di quei vocalizzi grevi. E sto parlando di una città, non di un giocatore come Khvicha Kvaratskhelia, ventunenne georgiano del Napoli. All’annuncio di Aurelio De Laurentiis alzi la mano chi, lì per lì, non emise il fatidico «chi cavolo è?». Quando le consonanti battono le vocali, la pronuncia diventa una montagna che, alla maniera di Marco Pantani, cerchi di «scalare» il più in fretta possibile per abbreviare l’agonia.

E allora mendichi alternative «picciole» al cammino: Kvara, per esempio. Chissà perché, appellativi così astrusi strappano sorrisi infantali e giudizi sommari. Capitò con Kakà, il brasiliano arruolato dal Milan nel 2003. Ricardo Izecson dos Santos Leite: per fortuna, Kakà e basta. Giocava nel San Paolo, e da rincalzo della nazionale aveva alzato la Coppa del Mondo del 2002, a Yokohama. Gli scettici, non necessariamente blu, si sprecavano. Fra questi, niente meno che Luciano Moggi in persona, all’epoca direttore generale della Juventus. Gli scappò, papale papale: «È pericoloso esporre un giocatore con un nome così al pubblico. Perché se poi gioca male…».

Succede. Con il Diavolo di Carlo Ancelotti, Kakà vinse 1 scudetto, 1 Supercoppa domestica, 1 Champions League, 2 Supercoppe d’Europa, 1 Mondiale per club e 1 Pallone d’oro. Alla faccia della «Kakafonia», se vogliamo metterla sul ridere. E sentite quest’altra, a proposito di cognomi un po’ fru-fru. L’ho estratta da «Commendator paradiso», il libro che Gianfranco Civolani dedicò a Renato Dall’Ara, il leggendario presidente del Bologna. Era il ‘56 e il grande capo aveva spedito il fido Raffaele Sansone in Sudamerica, per testare la meglio gioventù. «Passano tre giorni e Sansone telefona: Commendatore, sono in Colombia, ho trovato il nostro uomo. È un argentino, una mezzala. Sansone, disse Dall’Ara al telefono, come si chiama l’argentino? Si chiama Seghini. Dall’Ara ha un tuffo al cuore. Allontana la cornetta del telefono. Che disastro – pensa – a Bologna mi prendono in giro perché la mia segretaria si chiama Sega e adesso salta fuori anche questo Seghini. Sansone, io di te mi fido. Ma non dire niente alla stampa. Con quelli ci penso io». Ai giornalisti di «Stadio» lo spacciò per Zeguini. Lo smascherarono: poche balle, pres, si chiama René Seghini. Tre gare e addio, nell’oblio del te lo do io.

Sgrullata letale e assist per Piotr Zielinski a Verona. Destro a giro (alla Lorenzo Insigne) e bisturi di sinistro al Monza. Totale: tre gol in due partite. Ha piedi che dardeggiano e una barbetta che maschera gli spilli del dribbling. L’hanno subito battezzato «Kvara-dona». È nato a Tbilisi e viene dalla Dinamo Batumi – avesse – detto. Decolla dalla pista che fu del capitano, Insigne. Fascia mancina, là dove il «mare luccica e tira forte il vento».

In attesa che la storia ne fissi il podio, al netto dell’enfasi popolare, i gargarismi dello speaker del Maradona sono brividi.

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