Di padre in figlio

Dopo decenni di vittorie incalcolabili, la Ferrari ha dismesso i panni del protagonista per indossare quelli della comparsa.

Articolo di Luciano Scateni23/11/2021

L’alta moda, le preziose qualità agroalimentari e della trasformazione di materie prime, per lo più importate, il gioiello della “rossa Ferrari” del “cavallino rampante”: ecco le icone che raccontano i perché di un Paese di media grandezza, con una storia di inimitabile ricchezza, ma di dimensione finanziaria relativamente competitiva con i giganti dell’economia mondiale, eppure modello di eccellenza universalmente riconosciuto.

Il 12 Marzo del 1947, Maranello battezzava il marchio nato dall’intelligenza vulcanica di Enzo Ferrari, noto come “Drake”, creatore di un miracolo tecnico senza uguali, di leadership dell’automobilismo sportivo. Nel palmares del capolavoro amato e sognato come poche altre meraviglie dell’ingegno umano, c’è un numero irraggiungibile di vittorie in tutte le specialità dell’automobilismo, l’entusiasmo di milioni di fan per le storiche imprese di auto e piloti, per la macchina divenuta oggetto di desiderio appagato da quanti hanno voluto e potuto parcheggiare una Ferrari nel loro garage: attori e atleti famosi, ricchi industriali, petrolieri arabi.

Come un fiore all’occhiello, con petali tempestati di pietre preziose, le “rosse”, motivo di orgoglio italiano, si sono proposte come paradigma di eccellenza del made in Italy, meravigliosamente confermato da un lungo percorso in pole position, culminato con lo strapotere di un pilota superman qual è stato Schumacher, con la gestione oculata di Marchionne. Per avere un’idea della dimensione ciclopica del marchio è indicativa la quotazione accreditata al gruppo negli anni 2013/2014, di circa cinque miliardi di dollari.

A guidare il mondo della Ferrari ora è John Elkann, che vita facile non ha per l’incredibile serie di flop in Formula 1, inspiegabili o comunque difficilmente imputabili a un solo anello della complessa catena di componenti tecniche e organizzative coinvolte nella perfezione richiesta dalle auto da corsa. Nel background di Maranello più di mille gare disputate, 238 vittorie: l’irresistibile attrazione delle “rosse”, tradotta in vendite, racconta che il suo mercato non risente del default sportivo in Formula 1, ma anche che in modo vistoso paga sportivamente il drammatico destino del suo pilota più rappresentativo, strepitoso non solo alla guida della macchina prodotta nel corso della presidenza Montezemolo e della straordinaria competenza di Jean Todt.

Il seguito: in un decennio lo staff della Ferrari ha prodotto progetti sbagliati e a nulla è valso l’avvicendamento in cabina di comando (Domenicali, Mattiacci, Arrivabene, poi Binotto). Contemporaneamente si affermava lo strapotere incontrastato di Mercedes e Red Bull. La superiorità della Ferrari si è eclissata definitivamente nel 2020, non è rinata del 2021. Non mancano le motivazioni per temere che nel 2022 non si verificheranno cambiamenti sostanziali, da far sperare in un rinnovato exploit. Se non è un mistero il prolungato deficit tecnico di Maranello è un solo un mezzo azzardo attribuire il lungo buio alle responsabilità del management.

Vincere in Formula 1 è l’esito di mille fattori coincidenti, che devono convergere nella perfezione di meccanica, innovazione tecnologica, affidabilità, anche nella totale qualità di elementi a torto definiti accessori, come le gomme, la velocità dei pit stop, l’adattabilità alle diverse piste, alle loro condizioni climatiche. Certo è decisivo l’ingaggio di piloti non solo abili alla guida di bolidi tecnologicamente sofisticati, ma in grado di collaborare per la messa a punto delle auto.

In due parole tutto questo ha bisogno di un leader della Ferrari che abbia la qualità gestionale di Marchionne, la smisurata competenza di Jean Todt e magari le doti superlative di Schumacher tramesse al figlio, il promettente Mick.

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